Sull’eccidio di Marzabotto

Di |2018-11-02T22:38:14+01:0030 Settembre 2018|editoriali|

Siamo raccolti in un luogo particolare, una terra santuario, bagnata dal sangue di vittime innocenti, oggetto della logica terribile della guerra, che rivela quanto l’uomo è anche lupo per l’altro uomo e quindi verso se stesso. Qui si manifestarono i frutti ultimi dell’intossicazione pagana inculcata dal nazismo e dal fascismo del razzismo, dell’affermazione di sé,  del pregiudizio, dell’ignoranza che giustificano il disprezzo e l’odio. Il ricco che prepara la strage. Le barbarie sono iniziate lì. In luoghi come questo sentiamo insopportabile il chiacchiericcio vuoto delle agoni digitali, che seminano, anche nell’uso stesso delle parole, inimicizia, intolleranza, divisione, aggressività, semi sempre pericolosi e purtroppo inquietantemente fecondi. E’ un luogo santo perché Dio non accetta la profanazione dell’uomo. Qui comprendiamo meglio Gesù, Abele che nasce nel mondo per liberare Caino dal suo demone e perché i fratelli si riconoscano tali, imparino di nuovo a parlarsi, siano santi, cioè pieni di amore e capaci di amare. Qui sentiamo la sofferta consapevolezza di scegliere la pace, unica via possibile per un futuro possibile.
Oggi è come aprire di nuovo insieme il testamento delle vittime e con queste di ogni vittima. La memoria di quanto accaduto ci aiuta a capire con pensosa sapienza il presente ed a scegliere senza ambiguità e compromessi il futuro. In effetti i veri e primi celebranti sono gli indimenticabili fratelli  e sorelle la cui vita è stata spezzata dall’Erode della guerra e della ideologia nazista e fascista. 770 persone, che ricordiamo uno ad uno, a cominciare dai più piccoli: Franco, Mirella, Bruno, Franca, Teresa, tutti di un solo anno. Essi sono tutti come i Santi Innocenti. 217 lo erano anche per età, perché al di sotto di dodici anni. Li sentiamo oggi tutti raccolti, come tante ostie, insieme a quell’Agnello che si è fatto vittima per noi, nella pisside deposta sull’altare e che fu ritrovata sotto le macerie della Chiesa di Casaglia. Come raffigurato in un bellissimo dipinto a Subiaco, tutti i Santi Innocenti hanno il volto di Gesù e tutti hanno le sue stesse ferite alle mani, ai piedi, al costato. 
Oggi siamo chiamati ad essere profeti, superando per una volta le distinzioni e le contrapposizioni, per potere aiutare tutti l’unico popolo degli uomini ad attraversare il deserto dove non c’è la vita e si perde l’umanità. Dio non volle che fosse solo Mosè a portare il carico del cammino e inviò il suo spirito. Non è un problema di ruolo o di considerazione, ma di bene comune che richiede lo sforzo di tutti, perché Dio non è geloso, ama il suo popolo e sa quanto è duro il cammino. Sì, siamo chiamati tutti ad essere profeti come lo sono, in questo deserto, le vittime, profeti che hanno desiderato protezione, pace, comprensione. Esse chiedono di sognare e volere un mondo senza violenza e senza armi. Profeti furono quanti sono rimasti umani e veri cristiani, onorando così il loro battesimo e vincendo la paura che persuade sempre al banale “salva te stesso” o il “a me che importa?”. Ricordo per tutti loro un nome, don Giovanni Fornasini, che rifulse come stella del mattino di un giorno nuovo in quella notte di buio e di tenebra del male, con la sua scelta di stare con il suo popolo, di offrire anche solo il bicchiere di acqua fresca della sua presenza, forte solo di amore per quella che era la sua gente e che quindi voleva proteggere e salvare. Essere profeti oggi è conservare la visione del futuro, cercare sempre la riconciliazione, scegliere quello che unisce e non accettare mai quello che divide, anche se può portare convenienze immediate di consenso. Nella divisione perdiamo sempre tutti. L’uomo consapevole cerca la riconciliazione, perché sa che il male produce altro male. Dio ci ricorda che solo seguendo Gesù e solo insieme possiamo salvarci dall’impero delle tenebre.
Qui, dove vediamo con terribile chiarezza lo scandalo del piccolo messo a morte dal violento, capiamo anche quanto sono in realtà piene di speranza le esigenti parole del Vangelo che invitano a tagliare quello che è occasione di scandalo, cioè di male al prossimo. E il prossimo è chiunque, è ogni uomo, la persona senza distinzioni e categorie. Ti salvi solo se salvi. Non conservare quello che è tuo solo perché tuo, ma liberatene se fa del male e divide perché è più importante amare, unire. Se da scandalo al prossimo ti fa perdere anche te stesso! La salvezza è proteggere i piccoli e salvare quello che unisce. Taglia le mani se impugnano armi, se sono alzate contro il fratello, perché così impari ad aiutarlo ed accoglierlo; taglia gli occhi se non sanno più riconoscere la bellezza che c’è in ogni persona, se guardano con pregiudizio e sono prigionieri della pagliuzza perché così potrai riconoscere nell’altro il tuo prossimo; taglia i piedi se ti portano lontano o non compiono mai il primo passo verso l’altro, per imparare di nuovo ad andare incontro e a camminare insieme. Riconciliamoci per affrancarci dal male e sapere trarre dalla divisione motivo per stringerci ancora di più insieme e costruire l’unità che dobbiamo sempre difendere, fare crescere, rendere tale e mai minacciare per affermazioni di parte o per mero interesse personale. Non più gli uni contro gli altri o senza gli altri, non più, non mai! “L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità”, esclamava pochi anni dopo, consapevole di tanto orrore, Paolo VI, prossimo santo: “Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!”. L’Europa nasce da questa consapevolezza e dobbiamo fare tutto il possibile per difenderla e farla crescere da spinte di divisione. Il severo giudizio di Dio che difende i piccoli perché sta dalla loro parte e li protegge dall’uomo che si fa Dio, ci aiuta a scegliere il bene e ad essere uomini.
Facciamo nostra la preghiera di Dietrich Bonhoeffer, profeta di tempi nuovi nel buio del nazismo: “Signore Gesù Cristo, povero tu fosti e misero, prigioniero come me e abbandonato; degli uomini conosci ogni tribolazione. Tu mi resti accanto quando nessuno più sta al mio fianco, non ti dimentichi di me, mi vieni a cercare, vuoi che io ti riconosca e che a te mi volga. Spirito Santo, donami la fede, che dalla disperazione, dalle brame e dai vizi mi salva; donami l’amore per Dio e per gli uomini, che estirpa ogni odio e amarezza; donami la speranza, che mi libera dal timore e dalla scoraggiamento”. Da Marzabotto con tanta speranza.