In politica

Di |2018-11-03T17:55:26+01:003 Novembre 2018|editoriali|

È così. Viviamo un tempo in cui è necessario prendere ago e filo per cucire un tessuto che rischia di essere buttato via o semplicemente dimenticato. Nella trama e nell’ordito sociale e politico del Paese si nascondono valori e un’eredità da non lapidare, ma anche un’idea di futuro che nasce sulle spalle di un passato da conoscere e ricordare. Per questo occorre mettere insieme una squadra di sarti che con pazienza e silenzio, competenza e professionalità, possano cucire un vestito su misura che il Paese Italia merita.

“Non guardate la vita dal balcone!” ha più volte ripetuto papa Francesco per richiamare i credenti all’impegno anche nell’ambito politico e a servizio del bene comune? Entrare nella “piazza” per costruire la casa comune è compito di ogni fede autentica. Anche i suoi predecessori non hanno perso l’occasione per dire che la buona politica – quella fatta con spirito di servizio, decentrandosi sugli altri – è la più alta forma di carità.

Così, per situarci in questa opera di tessitura si impongono alcune domande: chi professa una fede cristiana deve organizzarsi in un partito oppure no? Intorno a quali programmi e a quali riforme convergere, se l’appartenenza politica rimane diversa? In quali luoghi e su quali contenuti aggregarsi per ricostruire un’identità comune prepolitica e prepartitica?

Certo, parlarne potrebbe sembrare demodé. Eppure, al di là dell’esperienza della DC, che si è data per una serie di ragioni storiche, oggi rimane la possibilità di rilanciare un nuovo impegno. La riflessione ritorna sulla qualità dell’agire, «sul cosa e verso dove» piuttosto che sul «come». Per farlo occorre analizzare il contesto e capire il ruolo che la politica riveste in una società secolarizzata nel cuore.

Nel discernimento sociale conta più il cammino della meta, la predisposizione ad aderire al bene, la volontà di contribuire a realizzarlo insieme. Santa Caterina da Siena si rivolse ai politici del suo tempo per chiedere loro di discernere: «Non si può essere buoni politici, se prima non si signoreggia se stessi. Coloro che non si governano non possono governare la città. Le signorie delle città e le altre signorie temporali sono prestate». In altre parole, Caterina ricordava loro un principio fondamentale: «Siete responsabili di cose non vostre». È l’arte di discernere comportamenti, scelte, modi di fare, stili di vita che permette di diventare un leader credibile, il che non si riduce a essere creduti, ma a non essere falsificati.

La lancetta dell’orologio sembra essersi spostata ai primi anni del Novecento, quando la crisi di Wall Street nel 1929 e i fallimenti della tedesca Danat-Bank nel 1932 hanno generato i populismi. Se anche la storia non si ripete, oggi come allora sono comparse condizioni storiche simili: un alto tasso di disoccupazione, le migrazioni, il desiderio dell’uomo forte, la crisi nel costruire organi di governo sovranazionali, l’aumento delle spese militari. Tutto questo lo avevano sperimentato generazione a cui apparteneva Giuseppe Toniolo. Morendo nel 1918, Toniolo non vede i frutti della sua semina. Al contrario, ne conoscerà le sconfitte: alla fine della sua vita, il mondo cattolico italiano, invece di rilanciare le prospettive sociali democratico-cristiane, si allea con i liberali e, con il Patto Gentiloni (1913), la credibilità del progetto sociale fallisce. Tuttavia i semi gettati dal Toniolo nella cultura cattolica, sono germogliati a distanza di anni: la creazione delle Settimane Sociali dei cattolici italiani – pensata come esperienza di ritrovata unità su temi precisi – e l’intuizione di scommettere nella formazione, che darà vita all’Università Cattolica.

In questi ultimi 10 anni di dibattito sul tema dell’impegno dei cattolici, autorevoli voci del mondo laico ribadiscono l’importanza di animare lo spirito delle comunità, rilanciare il desiderio di partecipazione, promuovere il dialogo con le altre componenti laiche, liberali e riformiste della società. Al mondo cattolico è chiesto di dire quale visione complessiva abbiamo del Paese Italia e di attualizzarla, con lo spirito conciliare e il metodo sinodale propri del governo spirituale della Chiesa. Ci viene chiesto di contribuire a formare una classe dirigente di qualità che lavori per l’interesse comune. Abdicare a questa responsabilità significa cedere al profilo dell’«analfabeta politico», dalla cui «ignoranza politica – scrive Bertolt Brecht – nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali».

La priorità per il mondo cattolico, oggi, non può che essere la cura della democrazia in tutte le sue forme: una cura da nutrire con i princìpi della dottrina sociale della Chiesa e con i princìpi costituzionali. È la costruzione di una sorta di griglia di discernimento da cui far filtrare tutte le scelte. Questo è il nucleo su cui costruire l’unità dei cattolici. È urgente formare una presenza prepartitica, che stimoli e proponga ai partiti disegni di leggi e soluzioni di problemi, organizzi forme di controllo, presenti un progetto di società e contribuisca a formare le giovani generazioni. L’esperienza della 48° Settimana Sociale celebrata sul tema del lavoro ha ritrovato un metodo e un modo di stare in politica. È più incisivo e radicale essere una presenza che, a partire dalla base dalla società, chieda ai partiti risposte sui contenuti piuttosto che contare pochi ed etichettati rappresentanti del mondo cattolico, distribuiti in varie forze politiche. L’irrilevanza politico-partitica non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto di opinione e di idee.

Non si tratta di un dettaglio. La democrazia procedurale verso cui si sta andando esalta la correttezza del metodo e delle regole, ma potrebbe giustificare azioni scorrette dal punto di vista etico. Hitler e molti altri dittatori sono saliti al potere nel rispetto formale delle regole, calpestandone tuttavia i valori. Non solo metodi e forme, quindi, ma un impegno dei cattolici a curare la sostanza di programmi che rimuovano le disuguaglianze nei grandi temi nell’agenda pubblica, come il lavoro, la giustizia, l’integrazione, la costruzione dell’Europa, la gestione dell’innovazione tecnologica, la green economy, la vita di una società sterile di figli, in cui quasi una persona su quattro ha più di 65 anni. Il fine della democrazia procedurale si limita a un governo «del popolo», mentre quello della democrazia sostanziale è governare «per il popolo».

Per i populisti, il popolo deve rimanere un oggetto. Per la Dottrina sociale della Chiesa, deve essere un soggetto morale. La tradizione europea del personalismo cristiano ci ricorda una via feconda: la costruzione di comunità politiche che fanno dei cittadini una comunità di soggetti morali, liberi e pensanti. La comunità, infatti, ha le sue regole, non ammette divisioni e chiede di lavorare per il bene comune. Il popolo, invece, può essere utilizzato strumentalmente dai potenti e dai prepotenti per i propri fini, come ha scritto Zagrebelsky: «Il crucifige! fu un urlo unanime […]. Quella folla non era un soggetto, ma un oggetto. Una folla di questo genere era per sua natura portata all’estremismo, alle soluzioni senza sfumature, prive di compromessi».

L’antidoto per una rinnovata presenza sono le comunità che costruiscono bene comune e hanno la forza del lievito. È persino troppo nota, ma pensiamo all’esperienza italiana del Codice di Camaldoli del 1943. Gli autori – un gruppo di laureati – formarono una comunità politica pensante, non partitica. Erano pochi, deboli e impauriti dalla guerra in corso. Eppure, il loro contributo arricchì i lavori della Costituente nel 1946. Aver assunto come forza la debolezza di una presenza ha permesso al mondo cattolico di trasformare la sterilità in fecondità di proposte. La sfida di questo secolo sono le città. E il mondo cattolico parte avvantaggiato per il suo radicamento nei territori. Ai nostri giorni non si può dire che non ci sia una foresta che cresce senza fare rumore. Sono quelle parrocchie e diocesi virtuose, che danno i loro uomini e le loro donne migliori alla politica e selezionano e formano giovani vocati, oppure i frutti sociali e politici che danno l’AC, la Fondazione Sussidiarietà, il Sermig, lo scautismo, la Comunità di Sant’Egidio, le Acli, Libera e tanti altri gruppi, associazioni e movimenti laicali. Ciascuno nel proprio carisma, a volte da mettere in rete meglio, speso in favore dell’intera società. La vera sfida è curare e custodire meglio l’unità nel pluralismo. È per questo che occorre una volontà costruttiva da parte di tutti, è dalla dimensione spirituale che potranno nascere sogni e progetti concreti per il Paese.

 

Francesco Occhetta S.I.