La forca inutile: per una riforma della pubblica amministrazione italiana

Di |2018-11-11T23:11:12+01:0011 Novembre 2018|editoriali|

Poco meno di metà dell’economia della nostra piccola Italia è economia pubblica. I servizi pubblici ci permettono di imparare, educarci, spostarci, salvarci di fronte ad una calamità naturale, un incidente, un’aggressione, di avere un’identità individuale e collettiva, perfino riguardo al luogo e alla natura ove nasciamo e viviamo. È impensabile fare a meno dello spazio pubblico, e tutti rivendicano di avere diritti. Ma i diritti costano, come è stato scritto, perciò lo Stato moderno deve prelevare coercitivamente le imposte facendo leva sulla fiducia dei cittadini contribuenti.

I diritti sono civiltà, sono prodotti da più di tre milioni di persone in Italia, cui si sommano i fornitori della Pubblica Amministrazione. Il senso di questi pensieri è osservare come, dalla crisi dello stato fiscale dei primi anni novanta in Italia, la dimensione del lavoro nella pubblica amministrazione sia stata impregnata da una filosofia “costrittiva”. Come se, rivolgendosi al dipendente pubblico, ognuno di noi dicesse: “siccome ho pagato, adesso tu devi fare, perché io ti ho pagato”. Così di riforma in riforma, l’inasprimento delle pene, senza alcuna finalità di recupero, è stato ostentato dai governi a riprova della responsabilità contrattuale dei contribuenti elettori.

Ma perché mai un decimo della popolazione attiva italiana dovrebbe essere naturalmente truffaldino?, perché il dipendente pubblico dovrebbe agire contro la propria coscienza?, di modo che solo la paura dell’autorità lo riconducaalla dovuta disciplina?

San Paolo nella Lettera ai Romani (13) dice che ogni autorità viene da Dio e che chi vi si oppone lo fa all’ordine stabilito da Dio, non invano l’autorità porta con sé la spada, pertanto le tasse vanno pagate e gli esattori sono al servizio di Dio. Ma Paolo sorprende tutti quando conclude che è necessario stare sottomessi non solo per paura della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Quasi a suggerire che se un’autorità non è in grado di sottomettere con la coscienza le persone, essa non provenga da Dio, legittimando perfino la non sottomissione.

Attenzione a che non sia troppo facile, che non basti invocare la propria coscienza per non rispettare l’autorità e benedire l’evasione fiscale! che sarà mai la coscienza ai nostri tempi?

Ce lo dice Bonhoeffer: “La coscienza è una voce che proviene da una profondità più remota che la volontà o la ragione, e si fa udire come appello dell’esistenza umana all’unità con sé stessa. Si manifesta come accusa contro la perduta unità e come una messa in guardia contro la perdita di sé stessi. (…). Protesta contro un’azione che mette in pericolo quei modi d’essere nella sua unità con sé stesso.” (DB, Etica, Bompiani 1969, p. 203).

Bonhoeffer ce l’aveva con i Tedeschi troppo succubi dello Stato negli anni ’30, ma non è pensabile che tre milioni e mezzo di Italiani applicati nella pubblica amministrazione non sentano un tale appello proprio dell’esistenza umana. Probabilmente è la riforma della classe dirigente della pubblica amministrazione, la proposta di un set di valori comprensibili e convincente (un’Etica si diceva una volta), che mancano. Da tali assenze sorge un problema di motivazione sotto gli occhi di tutti, evocato dai cittadini indignati. Ma la motivazione intrinseca, sia esso lavoratore o componente della famiglia, non può certo essere imposta alla persona. Non è plausibile che i dipendenti pubblici italiani siano scocienziati rispetto al resto della popolazione attiva del paese.

Non c’è dubbio che Paolo di Tarso sia stato molto convincente nella lettera ai suoi concittadini ma, a pena di blasfemia, forse Mark Twain ci offre un saggio sulla motivazione impareggiabile, senza porsi il problema della coscienza, gettando uno sguardo rassegnato ma ironico sulla natura umana: “E se poi Tom fosse stato un grande filosofo come l’autore di questo libro, ne avrebbe dedotto che Lavoro è qualsiasi cosa uno sia obbligato a fare, e Gioco qualsiasi cosa uno scelgadi fare. (…) Certi ricchi signori in Inghilterra, guidano una pesante diligenza a quattro cavalli per trenta o quaranta chilometri in pieno giorno d’estate, e lo fanno perché questo privilegio gli costa un bel mucchio di quattrini. Ma se qualcuno gli offrisse una paga per il servizio, questo diventerebbe subito un lavoro, e loro si licenzierebbero su due piedi.” (MT, Le avventure di Tom Sawer, Mondadori 2001, p. 23).

Concludendo, servono alcune riforme strutturali per migliorare le prestazioni della pubblica amministrazione: in primo luogo la valutazione e il reclutamento della Dirigenza, in secondo luogo occorre dichiarare i valori che sottendono al servizio pubblico e renderli patrimonio della vasta comunità che serve il bene comune giorno per giorno. Eludendo tali nodi, l’inasprimento delle pene e le roboanti ostentazioni di pendagli da forca, finiranno per acuire il problema producendo ulteriore demotivazione.

Francesco Raphaël Frieri