La vera legalità: a ottant’anni dalle leggi razziste

Di |2018-11-24T12:59:56+01:0024 Novembre 2018|editoriali|

1. La contemporanea ricorrenza degli ottanta anni dalla emanazione delle leggi sulla tutela delle razze e dei settanta anni dall’approvazione della Costituzione repubblicana impongono una adeguata riflessione su una vicenda tragica per il nostro Paese e per l’intera comunità nazionale e sulle risposte che a tale drammatica esperienza si è cercato di dare con la Carta costituzionale.
Se, infatti, si intende fare i conti con la drammatica esperienza della persecuzione degli ebrei e nel contempo chiedersi se gli anticorpi introdotti nel sistema istituzionale siano idonei ad evitare il ripetersi di fenomeni dello stesso tipo, occorre, in qualche modo, interrogarsi sul come e sul perché sia stato possibile realizzare una “rottura” così drammatica dell’ordinamento e del quadro istituzionale, e, più in generale, aprire una franca riflessione sullo stesso concetto di legalità e sul valore e significato della legge positiva.
E’ per questa ragione che, in questa edizione di 900 Fest, dal significativo titolo Italia 1938-Europa 2018, la relazione che mi è stato chiesto di svolgere reca a sua volta il titolo “la vera legalità”.
Vengono, così, evidenziate una serie di questioni che ci interpellano in modo esplicito, diretto ed immediato.
C’è, innanzi tutto, la questione della legalità: anzi, come espressamente è sottolineato dal titolo, della “vera” legalità. Già l’uso dell’aggettivazione -una legalità “vera”- sembra evocare l’idea che la legalità, da sola, non è sufficiente.
C’è, poi, la questione delle leggi razziali. Ancora oggi è doveroso interrogarsi sui modi e sulle forme attraverso le quali sia stato possibile pervenire a misure legislative, come quella di cui si discute, palesemente in contrasto non soltanto con i valori più elementari della persona umana, ma a quella stessa impostazione, propria dello Stato liberale, che, secondo alcuni studiosi di quel tempo, e non solo di quel tempo, avrebbe, nonostante tutto, continuato ad ispirare la realtà dello Stato fascista. C’è poi la questione del come, dopo le leggi razziali, possa essere partita la fase dell’organizzazione, dell’attuazione, dell’implementazione di queste leggi; in una parola, quella dall’amministrazione delle leggi razziali, e cioè dell’elaborazione e del perfezionamento dei meccanismi attuativi.
C’è, ancora, l’interrogativo legato alla tutela, ed alla tutela giurisdizionale, La domanda è infatti: c’è stato spazio per una tutela giurisdizionale degli ebrei italiani a fronte di queste leggi? Come hanno reagito i giudici di fronte ad esse? La giurisdizione ha in qualche modo manifestato forme di autonomia, ovvero si è allineata al mainstream prevalente?
Ci sono, infine, gli ottanta anni che ci separano dalle leggi razziali, c’è un oggi che vive di un humus culturale ed istituzionale diverso, con la presenza dei presidi costituzionali, di quelli forniti dalla Corte di Lussemburgo e dalla Corte dei diritti dell’uomo, con un orizzonte politico, amministrativo e giudiziario che è divenuto un orizzonte europeo.
Questi ottanta anni, in qualche modo interpellano non tanto il passato, quanto piuttosto l’oggi, il tempo presente, ed il nostro futuro. La domanda è infatti: possono ancora ripetersi esperienze come quelle legate alle leggi razziali?
Non è ovviamente, possibile, fermarsi su ciascuno di questi aspetti. Mi limiterò pertanto a formulare alcune osservazioni su tre profili che mi stanno particolarmente a cuore: la questione della legalità; la questione dell’amministrazione delle leggi razziali; la questione dell’interpretazione di quelle leggi da parte dei giudici.
2. Parlare della legalità è, in un certo senso, facile e difficile al tempo stesso. Facile perché alla nozione di legalità vengono tradizionalmente connesse valutazioni e rappresentazioni positive. All’idea di legalità vengono collegati tutti quei valori connessi con il primato della legge, con la legge come custode del bene comune e come espressione del principio di eguaglianza; e non a caso il valore della legalità, il valore dell’accettazione del rispetto di una norma comune e del rifiuto del privilegio, è stato spesso comprensibilmente invocato nel contrasto, anche culturale, di fenomeni mafiosi.
E tuttavia, il discorso si fa più complesso se si passa ad una prospettiva per dir così, più tecnica e meditata.
Se si affronta il problema dal punto di vista degli studiosi del diritto, sembra di assistere oggi, ad una sorta di frammentazione e polverizzazione della nozione di legalità. Si parla di legalità indirizzo, per indicare il fenomeno che vede la legge dettare le finalità dell’esercizio del potere pubblico, senza però precisare le modalità operative; di legalità garanzia, quando si intende far riferimento ai presidi che l’ordinamento appronta a tutela del cittadino in presenza di provvedimenti destinati potenzialmente ad incidere sulla sua situazione soggettiva; di legalità procedurale, quando si intende colmare la vaghezza della previsione legislativa attributiva del potere con un procedimento particolarmente accurato, attento e partecipato. In tutti questi casi, il principio di legalità opera con modalità diverse che sperimentano la crisi o il mutato ruolo della legge, non più spesso chiamata ad introdurre discipline precettive, ma semplici indicazioni di direzione, affidando poi alla fase attuativa il compito di dare corpo e sostanza alle norme e quell’opera di bilanciamento che la legge non è stata in grado di operare.
Se si vuole, in qualche modo accade per la nozione di legalità quel che accade per l’idea di giustizia.
In un bel libretto di qualche anno fa, Gustavo Zagrebelsky ricorda che i discorsi si addicono alla superficie, ma il profondo richiede concentrazione e silenzio. E’ per questo che mentre le speculazioni astratte non riescono a fornire indicazioni univoche, l’idea di giustizia nasce dall’esperienza di una ingiustizia, subita da noi o da chi ci è caro: è a partire da questa esperienza che si comprende ciò che non è giustizia.
Una situazione del genere si verifica anche per la legalità: è l’esperienza di ciò che viene avvertito come ingiusto e doloroso, che ci mette in guardia, e ci fa percepire l’insufficienza drammatica della legalità.
Come la giustizia, anche la legalità non è soltanto il portato di un approccio speculativo, ma anche di una esperienza personale. La vicenda dolorosa degli ebrei italiani e delle leggi razziali ci mette in guardia a proposito della legalità, ci fa capire che questa non è l’ultimo confine, ma postula sempre un altro da sé, una realtà diversa che in qualche modo la ispira e la misura.
Occorre, quindi, evitare ogni riduzione della giustizia a pura, semplice legalità; su questa consapevolezza si muove, appunto, il costituzionalismo moderno, nato per misurare la legalità alla stregua dei principi più alti posti dalla Costituzione. Questo approccio dice anche qualcosa a proposito del giudice, mettendo in chiaro che la sua indipendenza non protegge la cieca soggezione alla legge, ma la responsabile ricerca della giustizia attraverso e perfino, in casi estremi, al di là della legge.
Questo i giuristi -ed i giuristi positivi- non dovrebbero dimenticarlo mai.
3. Sulle leggi razziali durante il fascismo molto si è scritto. Si è scritto meno, invece, su un profilo che pure è stato decisivo per la loro concreta efficacia, e cioè per la loro attuazione; su quella che possiamo definire l’amministrazione delle leggi razziali.
Su questo credo che bisogna essere chiari e netti: non può non colpire, come, a fronte delle leggi speciali sulla discriminazione per pretese ragioni legate alla razza, sia, stato posto in essere, nel volgere di poco tempo, un vero e proprio sistema attuativo, una organizzazione, cioè per portare insistentemente e meticolosamente a compimento il disegno tracciato dalla legislazione speciale.
Una gravissima ferita all’ordinamento è stata inflitta con l’approvazione di tali leggi; una ferita non meno grave è stata quella provocata dall’amministrativizzazione delle leggi razziali, e cioè dalla costituzione di una vera e propria macchina dell’obbedienza destinata a portare a compimento le finalità nelle leggi indicate. La costruzione di una macchina attuativa delle leggi razziali, fatta di censimenti, circolari, direttive, raccomandazioni, provvedimenti concreti, ha in sé questo di terribile: trasforma prescrizioni legislative che suscitano stupore e indignazione in una silenziosa, asettica, quasi inconsapevole prassi, ritenuta capace di liberare da ogni responsabilità per il solo fatto di ridursi ad una altrettanto oggettiva e asettica applicazione di norme di legge.
Hannah Arendt ha ricordato con parole indimenticabili il mistero della banalità del male, che altro non è se non il mistero della sua amministrativizzazione, della sua riduzione quasi inconsapevole a prassi, circolari, atti di indirizzo, comportamenti quotidiani. Ogni cittadino dovrebbe sempre guardare con sgomento alla costruzione, per dir così, silenziosa, neutrale, asettica della macchina volta ad amministrare le leggi razziali.
Conosciamo quella che è l’opinione di molti studiosi a proposito dell’amministrazione pubblica durante il periodo fascista. Mussolini perseguiva un programma di progressiva fascistizzazione dello Stato, e cioè di riduzione del suo ordinamento a quella dello stato totalitario; tuttavia tale opera non ebbe successo in pieno, sicché fu in qualche modo possibile mantenere un legame con i principi generali dello stato di diritto risultanti dallo Statuto Albertino; ciò anche per un certo contributo del Consiglio di Stato nell’esercizio delle sue funzioni consultive.
Una ricostruzione del genere è, credo, sostanzialmente esatta; tuttavia essa non può che incrementare lo stupore e lo smarrimento quando si passa all’esperienza delle leggi razziali e della loro applicazione amministrativa.
La domanda che viene spontanea è come tale approccio non sia riuscito a costituire un anticorpo sufficiente ad evitare la sostanziale piena adesione, non dei giudici, su cui si dirà più avanti, ma degli amministratori, alla logica delle nuove disposizioni.
L’esperienza vissuta con le leggi razziali evidenzia una delle possibili cause culturali di un fenomeno del genere, da identificarsi in una cultura del ruotismo amministrativo, che costruisce l’amministrazione come responsabile soltanto nei confronti del Governo o volta a dare meccanica attuazione -come gli ingranaggi di un orologio- alle sue direttive ed all’indirizzo politico.
Un ostacolo a questo modo, unilaterale, di considerare l’amministrazione può essere individuato in una visione che veda l’amministrazione sì, collegata al governo, ma, in quanto chiamata ad un servizio pubblico, strettamente collegata con i bisogni e le esigenze del cittadino, e quindi chiamata, alla fine, a rispondere a quest’ultimo: una struttura non solo dello Stato e dell’ente pubblico, ma della società, destinata a dare concreta realizzazione ai diritti indicati nelle Carte costituzionali. E’ per questa ragione che la Costituzione repubblicana, pur includendo le norme sull’amministrazione nel titolo III, destinato al Governo, afferma all’art. 98 che i pubblici dipendenti sono al servizio esclusivo non dello Stato o dei partiti, ma della Nazione, e cioè di quel complesso di valori che esprime il modo di essere di una comunità.
4. Veniamo adesso alle leggi razziali e alla loro interpretazione giurisprudenziale.
La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 268 del 17 luglio 1998, ha affermato che le discriminazioni nei confronti degli ebrei, lesive dei diritti fondamentali e della dignità della persona, hanno assunto consistenza normativa con un complesso di provvedimenti che hanno toccato i diversi settori della vita sociale: dalla scuola (regio decreto legge 5 settembre 1938, n. 1390; regio decreto legge 15 novembre 1938, n. 1779), all’esercizio delle professioni (legge 29 giugno 1939, n. 1054); dalla materia matrimoniale (regio decreto legge 17 novembre 1938, n. 1728), a quella delle persone, del nome e delle successioni (legge 13 luglio 1939, n. 1055); dall’interdizione all’esercizio di determinati uffici, alle limitazioni in materia patrimoniale e nelle attività economiche (ancora il regio decreto legge n. 1728 del 1938).
Secondo la Consulta “in questo contesto normativo, la discriminazione razziale si è manifestata con caratteristiche peculiari, sia per la generalità e sistematicità dell’attività persecutoria, rivolta contro un’intera comunità di minoranza, sia per la determinazione dei destinatari, individuati come appartenenti alla razza ebraica secondo criteri legislativamente stabiliti (art. 8 del regio decreto legge n. 1728 del 1938), sia per le finalità perseguite, del tutto peculiari e diverse da quelle che hanno caratterizzato gli atti di persecuzione politica: la legislazione antiebraica individua una comunità di minoranza, che colpisce con la “persecuzione dei diritti”, sulla quale si innesterà, poi, la “persecuzione delle vite”.
La legislazione fascista permeò l’intero sistema ordinamentale determinando un grave vulnus alla tradizione e alla civiltà giuridica sino a quel momento esistenti nel nostro Paese.
Dall’art. 1 del codice civile del 1865, ai sensi del quale “ogni cittadino gode dei diritti civili”, si passò all’art. 1 del codice civile del 1942 -entrato però in vigore nel 1939- ai sensi del quale “le limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall’appartenenza a determinate razze sono stabilite da leggi speciali”; dall’art. 3 del citato codice del 1865 secondo il quale “lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini” si passò alla previsione della condizione di reciprocità di cui all’art. 16 delle disposizioni sulla legge in generale del codice civile del 1942.
Le leggi razziali, pur se adottate rispettando il principio di legalità formale, rappresentarono una frattura rispetto all’ordinamento dello Stato liberale italiano e allo Statuto albertino il cui art. 24 enunciava il principio di eguaglianza dinnanzi alla legge.
Anche la comunità dei giuristi prese parte, in qualche modo, attivamente, alla formazione ed alla applicazione delle leggi in difesa della razza, a quello che è stato talvolta chiamato il “razzismo giuridico” italiano.
Un riferimento particolare va, come è stato esattamente affermato, oltre alle ben note “Razza e civiltà” e “La difesa della razza”, alla rivista “Il diritto razzista”, che registrò l’adesione e la partecipazione di rappresentanti dell’accademia, di avvocati ed anche di alti magistrati della Corte di cassazione, del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, s
i sviluppò, così, anche culturalmente, un “diritto disuguale”.
In questo quadro ordinamentale si trovarono ad operare i giudici civili, penali, amministrativi.
Non sarebbe veritiero e sarebbe ingeneroso rispetto alle vicende tragiche accadute nel periodo dal 1938 al 1945 affermare che l’interpretazione che i giudici italiani hanno dato alle leggi fasciste e, in particolare, alle leggi razziali, abbia rappresentato una forma di “resistenza” nel senso autentico di questo termine.
E, infatti, l’ordine giudiziario è stato parte dello Stato fascista; peraltro, i giudici dell’epoca non avevano tutte le garanzie di indipendenza dal Governo e dal potere politico che la Costituzione, memore di ciò che accadde durante il fascismo, ha loro riconosciuto.
E’ d’altro canto utile esaminare la giurisprudenza di questo periodo per comprendere se e in quali modi i giudici abbiano voluto e potuto utilizzare gli strumenti interpretativi e processuali per temperare la portata normativa di leggi che partendo dalla “persecuzione dei diritti” sono giunte alla “persecuzione delle vite” delle persone di religione e di cultura ebraica e, purtroppo, al loro annientamento.
In quel drammatico frangente storico chi esercitava la giurisdizione si trovò innanzi a un crocevia: scegliere di essere la mera bouche de la loi, cioè fungere da voce della legislazione fascista, ovvero rifarsi ai principi generali dell’ordinamento liberare e adottare interpretazioni che ridimensionassero la portata “rivoluzionaria” delle normative fasciste, riducendone il campo di applicazione.
Il dilemma è stato risolto in modo diverso da Corte a Corte, da giudice a giudice, da persona a persona e non può essere passato sotto silenzio che vi furono diverse sentenze “adesive” allo spirito di tali leggi.
Tuttavia si deve rilevare che l’interpretazione giurisprudenziale -specie di alcune Corti- ha comportato il riconoscimento della possibilità di una tutela giurisdizionale per i cittadini ebrei destinatari di provvedimenti lesivi dei loro diritti o interessi che non era in linea con la volontà espressa dal legislatore fascista.
Il legislatore del 1938 aveva perseguito un intento opposto, come risulta nell’art. 26 del R.D.L. n. 1728 del 1938, che riprende le statuizioni contenute nella Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo del 6 – 7 ottobre 1938, ai sensi del quale “le questioni relative all’applicazione del presente decreto saranno risolte, caso per caso, dal Ministro per l’interno, sentiti i Ministri eventualmente interessati, e previo parere della Commissione da lui nominata. Il provvedimento non è soggetto ad alcun gravame, sia in via amministrativa, sia in via giurisdizionale”.
In relazione a tale disposizione, che riveste un valore cruciale nell’economia generale delle leggi razziali, occorre ricordare come la IV Sezione del Consiglio di Stato con la decisione n. 438 del 1940 non ritenne di attribuire carattere costituzionale al R.D.L. n. 1728 del 1938 in assenza dei requisiti prescritti per le leggi costituzionali dall’art. 2 del Regio Decreto 24 settembre 1931 n. 1256, depotenziandone in tal modo la forza rispetto alle altre fonti dell’ordinamento.
Quindi la Corte di Appello di Torino, alla quale si deve una giurisprudenza particolarmente illuminata, con la sentenza del 5 maggio 1939 osservò che l’art. 26 non aveva la forza di derogare alla normativa comune, espressione di consolidati principi generali di tutela dei cittadini, affermando che “in mancanza di una manifesta e sicura deroga al diritto comune (art. 5 preleggi), avuto presente l’art. 2 della legge 20 marzo 1865, occorre ritenere che restino incluse nella considerazione dell’art. 26 le sole questioni di natura amministrativa che possano insorgere nella pratica applicazione del decreto, ove si discuta di interessi protetti senza che siano dedotti diritti soggettivi delle parti, ma che vi siano escluse invece quelle che hanno per oggetto siffatti diritti”.
In tal modo venne sottratta all’autorità amministrativa -per riservarla in questo caso all’autorità giudiziaria ordinaria- la conoscenza di questioni sull’appartenenza dei cittadini ad una determinata razza; tale sottrazione avviene attraverso un’opera interpretativa che riuscì, in qualche modo, a farsi strada, pur in un contesto giuridico, che riconosceva nell’appartenenza il presupposto per il godimento dei diritti civili e politici attinenti allo status della persona.
Tale linea interpretativa, ha trovato ulteriori conferme nelle pronunce del Consiglio di Stato; questo, nella sentenza della V Sezione dell’11 luglio 1941, ha espressamente affermato che “non bisogna dimenticare che il ricorso agli organi giurisdizionali costituisce garanzia fondamentale concessa dall’ordinamento giuridico ad ogni soggetto di diritto”.
In qualche modo, pertanto, nella giurisprudenza del Consiglio di Stato nel periodo dal 1938 al 1945 i cittadini ebrei hanno continuato ad essere “soggetti di diritto” meritevoli, in quanto tali, di tutela giurisdizionale, nonostante la ratio della legislazione razziale fosse proprio quella di incidere sulla capacità giuridica degli ebrei per negare loro la possibilità di essere soggetti pleno iure.
Afferma, infatti il Consiglio di Stato che “giudicare sulle conseguenze ulteriori, specialmente di ordine patrimoniale, dell’appartenenza alla razza ebraica non implica valutazioni di ordine politico, ma l’applicazione, solo, di rigorose norme di diritto. Si arriverebbe, altrimenti, alla assurda conseguenza che il Ministro per l’Interno potrebbe decidere ad libitum, senza alcuna garanzia di procedura e senza possibilità di controllo giurisdizionale, controversie civili, in tema, ad esempio, di nullità del matrimonio, di privazione della patria potestà, di proprietà di beni immobili, e così via e controversie anche di natura penale, relative ai vari reati contemplati dalla legge per la difesa della razza”.
Facendo leva sul principio di legalità, si pervenne quindi ad un’interpretazione delle leggi razziali come eccezioni straordinarie ai principi generali dell’ordinamento liberale ancora vigenti, ridimensionandone la portata e depotenziandone la capacità applicativa.
L’attività sia giurisdizionale che consultiva del Consiglio di Stato negli anni che vanno dal 1938 a seguire (sino al 1945) in materia di leggi razziali ha mirato da un lato a delimitare la categoria degli atti politici e dall’altro a circoscrivere l’ammissibilità delle limitazioni agli strumenti di gravame stabiliti dalla legge, garantendo comunque l’esperibilità dei rimedi giustiziali in materia di provvedimenti sulla razza anche se riguardanti lo stesso status di ebreo.
Così, ad esempio, il Consiglio di Stato ritenne che le controversie patrimoniali in materia di licenziamenti per motivi di razza dovessero essere assoggettate alle ordinarie garanzie procedimentali e processuali; riconobbe allo straniero ebreo, privo dello status civitatis, la capacità e la legittimazione a ricorrere davanti a sé, in quanto anche gli ebrei non italiani “quando risiedono nel regno sono ammessi a godere dei diritti civili” (cfr. Cons. Stato, V, 19.6.1940 n. 401); annullò la revoca dell’iscrizione all’anno accademico di uno studente tedesco di madre ebrea, considerando la revoca un potere eccezionale esercitabile solo in presenza di situazioni altrettanto eccezionali, non ravvisabili nel divieto vigente secondo le leggi tedesche (cfr. Cons. Stato, IV, 2 giugno 1943, n. 181); elaborò un’interpretazione illuminata dei concetti di indipendenza e inamovibilità dei professori universitari, espressione e garanzia della libertà di insegnamento, riconoscendo ai professori ebrei dispensati dal servizio in forza delle leggi razziali un assegno calcolato sulla base dell’intero trattamento economico, al pari degli altri colleghi “ariani” (cfr. Cons Stato, IV, 24 settembre 1941, n. 342).
Il giudice amministrativo anche in sede di applicazione delle leggi razziali sembra quindi avere scelto la continuità, per quanto possibile, con l’ordinamento liberale e i suoi principi e con la sua funzione di tutela delle posizioni soggettive nei confronti delle amministrazioni, pur in presenza di uno Stato autoritario, di un impianto legislativo “nuovo” e “alieno” rispetto al previgente sistema di principi e di fronte a gravi sospensioni delle libertà fondamentali.
Si tratta di una scelta sicuramente non eroica, ma, come ha detto Carlo Arturo Jemolo, “dignitosa” perché operata in assenza delle garanzie costituzionali di indipendenza.
Una scelta che ha trovato anche riconoscimento in sede di Assemblea Costituente, quando nel dibattito sviluppatosi sull’opportunità di trasformare le Sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato in sezioni specializzate degli organi ordinari di giurisdizione, l’onorevole Bozzi, per sottolineare l’opportunità di mantenere la giurisdizione amministrativa, oltre a evidenziarne la specialità in quanto giurisdizione dominata dal criterio dell’interesse pubblico, ne rammentò le decisioni più importanti e coraggiose, “ specie in materia di razza, di stampa e di insegnamento, prese anche nei periodi in cui il fascismo era più in auge”.
Il che certo non significa non ammettere che il Consiglio di Stato non si sottrasse alla logica complessiva del sistema, cioè del regime fascista, né che ne contestò i presupposti illiberali e l’evoluzione autoritaria dell’organizzazione del potere.
Si deve, pertanto essere d’accordo con il giudizio quasi unanime degli studiosi sul fatto che “non si può definire resistenza” l’azione della magistratura e che le decisioni e gli orientamenti richiamati “non attenuano le responsabilità di una nazione e di un popolo, a partire dalle sue classi dirigenti, di cui soprattutto gli alti gradi della magistratura erano espressione”; tuttavia non può disconoscersi che la giurisprudenza ha in qualche modo dato prova dell’”esistenza” o, per meglio dire, della “persistenza” della giurisdizione in Italia, non ridotta a mero simulacro dello Stato, come è avvenuto in altri regimi totalitari coevi.
Il quesito è tuttavia se, in certi momenti storici, la “persistenza” sia sufficiente: se, cioè la testimonianza silenziosa, anche se chiara, dell’esistenza di alcune regole di diritto, sia idonea ad evitare le conseguenze pregiudizievoli di leggi contrarie ad ogni valore della dignità umana. L’esperienza non sembra andare in questa direzione.
5. Qualche parola, infine, sui nostri tempi e sul messaggio che la tragedia delle leggi razziali ci affidano.
I tempi che viviamo sono assai diversi, e vedono la presenza di norme e disposizioni che trovano la loro genesi proprio nella drammaticità dell’esperienza fascista e delle leggi razziali: mi riferisco alla Costituzione repubblicana; a quella costituzione che afferma l’eguaglianza di tutti i cittadini, senza distinzione di razza, di sesso, di censo, di lingua, di religione, di opinioni politiche, che attribuisce a tutti il diritto alla tutela giurisdizionale e che chiaramente afferma che tutti i provvedimenti del potere pubblico -dico tutti- possono essere impugnati davanti al giudice, a quella Costituzione che, nella sua prima parte, pone, in modo diretto, il quadro dei diritti individuali della persona ed il complesso di quegli apporti indispensabili -il lavoro, la sanità, l’istruzione, le libertà economiche e politiche- per costruire la cittadinanza sociale.
Forse il miglior modo di comprendere il valore della nostra Costituzione sta nel considerare che tutti quei diritti che quotidianamente consideriamo scontati, l’accesso all’istruzione per tutti, la sanità pubblica, la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento, la libertà di riunione, semplicemente non ci sarebbero senza di essa.
Abbiamo l’Unione Europea, la Carta di Nizza, le Corti sovranazionali che sembrano assicurare un quadro di certezze giuridiche che dovrebbero tranquillizzarci sul nostro futuro di uomini liberi. Tuttavia, la vicenda delle leggi razziali sta lì, in qualche modo, a dimostrare che i presidi giuridici possono, in concreto, non essere sufficienti; ed i tempi che viviamo sembrano sottolineare questo esito, se si pensa al riemergere di nuove discussioni sulla razza, al riemergere di preclusioni legate alla religione o alla cultura, all’affermarsi di uno spirito che al “noi” preferisce sempre “l’io”, alla nuova tendenza a frapporre, pure nei paesi dell’Unione europea, barriere e muri incompatibili con i valori enunciati dalle costituzioni e dalla Carta dei diritti, a riemergere di tentativi di limitare l’indipendenza della magistratura. Tutte queste cose sembrano dirci drammaticamente che gli strumenti giuridici possono non bastare senza l’impegno e la testimonianza di una coscienza che deve nel contempo essere individuale e collettiva. Questo, i giuristi non devono dimenticarlo.

Alessandro Pajno