Ed infine eccoci, il governo può vantare il grande risultato. Il cambiamento è arrivato e in soli tre mesi. Siamo passati da un moderato 1,2 per cento di crescita, certo lontano dal fantasmagorico 3 per cento promesso nei primi giorni, uno sconveniente – 0,1 per cento, che proietta sul prossimo anno un increscioso -0,9 per cento, come dire che il cambiamento è che il Governo della Paura è riuscito a bloccare la nostra economia. Quel modesto ed onesto 1,2 per cento su cui si fondava l’ultimissima versione della Manovra del Popolo deve oggi essere rivisto dovendosi fondare su previsioni che guardano nervosamente verso il basso.
Quando andavo a lezione di politica economica – e così dichiaro il mio limite di aver forse troppo studiato – Nino Andreatta ci spiegava che l’autorità di governo deve saper tacere perché ogni sua parola è un segnale, su cui gli investitori ed i consumatori formulano le loro aspettative, quindi le loro decisioni di investimento e di consumo. Non stiamo parlando dei maghi della finanza o di oscuri speculatori svizzeri, stiamo parlando del lattoniere di Cavarzere o della signora Maria di Gallarate, che dovendo fare un capannone o mettere la pensione in Bot sono confusi, perché questo continuo dire e ridire, questo fare e disfare crea incertezza, così come il continuo richiamo alla paura su cui il governo prospera crea un clima di sfiducia, perché non si investe in un paese assediato e diviso. Il prodotto interno lordo, il terribile Pil, è dato da Consumi, investimenti, esportazioni al netto delle importazioni e dagli investimenti pubblici al netto delle tasse. È così, non è una opinione.
Se gli investimenti vengono dissuasi dalla impossibilità di formulare aspettative, i consumi dalla paura, le esportazioni dalla esaltazione dei sovranismi, che per definizione vivono di protezionismo -noi che siamo un paese di trasformatori ed esportatori – ed infine gli investimenti pubblici vengono tagliati per inseguire i comitati No-Tav,No-tap, No-passante,No-brennero, no-qualsiasi opera pubblica, per definizione l’onesto Pil non può che ripiegarsi su se stesso.
Non è una situazione nuova. Il tanto citato e poco letto John Maynard Keynes nel 1936 l’aveva chiamata “Trappola della liquidità “, cioè i soldi ci sono ma si è confusi e incerti e quindi i risparmi non diventano investimenti e non si crea lavoro e ricchezza e quindi il Governo del Popolo in soli tre mesi di “facite ammuina” è riuscito a creare la povertà per decreto.
Ago e filo, bisogna ricostruire con paziente determinazione la tela lacerata. Quando a Roma il governo Renzi dichiarava guerra ai sindacati, a Bologna si sottoscriveva il Patto per il Lavoro, coinvolgendo in una non semplice ma necessaria comune elaborazione tutte le parti della nostra società per ridare una prospettiva comune ad un territorio che per crescere ha bisogno di fiducia e solidarietà non di paura e rancore.
Ago e filo per ricomporre una società lacerata da chi non vuole eliminare il disagio di molti, ma specularci su, generando un moto perpetuo elettorale, che si basa sulla alternanza di crisi e paure.
In tre mesi abbiamo già visto l’inconsistenza e la pericolosità di chi faceva l’elogio della incompetenza, di chi parlava di democrazia senza intermediari, salvo consegnare il consenso ad un blog privato, che più privato non si può. L’economia richiama alla realtà e quindi nella vacuità di una opposizione straordinariamente capace di fare opposizione a sé stessa torniamo a ricostituire piccoli nuclei di intelligenza resistente, riprendendo a ricucirli fra loro.