Sono mesi che sentiamo autorevoli commentatori additare le elezioni europee del prossimo maggio come un tornante della storia del progetto europeo d’integrazione. Progetto descritto in “crisi esistenziale” almeno dal 2014, quando si votò per dar vita alla legislatura europea attualmente in scadenza. Tale dato di continuità sembra importante per un’analisi della prima fase della campagna elettorale per le europee del 2019, sia che essa verta sul metodo (ossia il “modo” di approcciare la campagna) sia che essa si concentri sul merito (ossia i contenuti della stessa). In questa sede ci si intende soffermare rapidamente sul metodo adottato sinora – da un lato dai sovranisti, dall’altro dai partiti “mainstream” riconducibili ai Gruppi parlamentari del Partito Popolare Europeo, dei Socialisti&Democratici e dei Liberali – perché foriero di interessanti novità.
In primo luogo, come diffusamente riconosciuto, si tratta della campagna più “politica” e più “europea” di sempre: mai come oggi, in molti Paesi della UE – tra questi Italia, Germania, Francia, Spagna o Ungheria – i temi del confronto, pur declinati alla luce degli interessi (e dei problemi) nazionali, rimandano al livello “di governo” europeo. Ed anche quando tale “rinvio” è fatto a fini meramente polemico-elettoralistici – o addirittura antieuropeisti –, il fatto stesso del non restare più al (solo) livello nazionale, di per sé legittima – ed alimenta – il livello sovranazionale. Si pensi, per esempio, al tema dell’immigrazione: tutte le proposte politiche, pur quando mirano alla mera difesa dell’interesse nazionale, riconducono a soluzioni da negoziare e “strappare” a Bruxelles. Molto significativa anche, come già messo in evidenza1, la rivalità politica Macron-Salvini, espressione della dimensione ormai europea del confronto politico in atto. In definitiva, siamo dinanzi ad una campagna elettorale multilivello, in cui il livello nazionale delle problematiche e degli interessi in gioco si intreccia con il livello sovranazionale delle soluzioni da adottare.
In secondo luogo, si tratta di una campagna in cui l’agenda è stata – almeno ad oggi – perlopiù dettata dalle forze politiche sovraniste di destra, cui va riconosciuto non solo di aver dato per prime avvio alla campagna elettorale, ma anche un notevole impegno nella ricerca di soluzioni capaci di garantire loro un maggior peso nel prossimo Parlamento (e, a cascata, nelle prossime istituzioni europee). Si tratta di un dato quasi paradossale: le forze euroscettiche sono quelle che, alla luce dell’obiettivo di rivedere profondamente la configurazione dell’Unione Europea, più stanno lavorando alla campagna, provando a tessere alleanze e convergenze con altre forze politiche affini di altri Paesi. Di qui, due considerazioni:

a) queste nuove forze, che vanno ampliando i consensi a proprio favore al livello nazionale, stanno prendendo sul serio l’Europa e le opportunità (di potere) che essa mette a disposizione. E questo al netto dell’evidente ossimoro politico di un progetto al contempo nazionalista ed europeo. Si pensi, ad esempio, al lavoro che Matteo Salvini – indicato anche come possibile candidato alla Presidenza della Commissione europea, secondo il sistema dello “Spitzenkandidat”, per il fronte sovranista – sta portando avanti da mesi assieme ad altri politici di Paesi UE su dossier europei quali immigrazione e regole di bilancio;

b) i partiti “mainstream” succitati sembrano inseguire con un certo affanno, dando l’impressione di un minor senso di urgenza e concretezza rispetto all’elaborazione di soluzioni capaci di rafforzare e rinnovare la propria offerta europea. A quest’ultimo riguardo, a mo’ di esempio, è sintomatico uno dei mantra più ripetuti dai rappresentanti del PPE negli ultimi mesi: quello “rassicurante” secondo cui, pur perdendo seggi, il PPE dovrebbe restare il primo gruppo politico a Bruxelles. Tale approccio “contabile”, nel fare il paio con l’incapacità di affrontare questioni politiche ben più rilevanti (come, per esempio, il tema della compatibilità o meno tra Orbán e l’europeismo del PPE), restituisce un senso di sufficienza rispetto al prossimo appuntamento elettorale ed alle sfide cui esso mette dinanzi. Sempre a mo’ di esempio, si metta a confronto la prima iniziativa di campagna elettorale riconducibile a parti della suddetta area politica “mainstream”, ossia il manifesto-appello dal titolo “Risvegliamo l’Europa!” del fine settembre scorso (firmato, tra gli altri, da Matteo Renzi, dall’allora segretario della “République En Marche” e oggi Ministro dell’interno francese Christophe Castaner, dall’europarlamentare belga Guy Verhofstadt, dal presidente di Ciudadanos Albert Rivera), con l’attività di tessitura che Steve Bannon, stratega della campagna che ha portato Trump alla Casa Bianca, sta conducendo in Europa ormai da mesi: da un lato la firma di un manifesto generico sotto molti punti di vista, dall’altro l’impegno in prima persona in più Paesi europei (Italia in primis), soprattutto attraverso la fondazione di “The Movement”, ossia una “centrale” in grado di fornire contenuti in termini di sondaggi, comunicazione e data-targeting sui social a supporto della campagna elettorale della destra sovranista europea, con l’obiettivo dichiarato (per quanto di difficile realizzazione) di creare un “supergruppo” politico all’interno del Parlamento europeo che occupi almeno un terzo dei seggi. A tal proposito, pur concordando con lo studioso Matthew Goodwin rispetto al fatto che gran parte dei populisti europei (come il “Rassemblement National” francese) fosse organizzata già prima dell’arrivo di Bannon in Europa, sembra innegabile il contributo dell’ex stratega di Trump alla causa sovranista europea in termini di individuazione di obiettivi ambiziosi e concreti (si pensi al gruppo unico parlamentare succitato o all’impegno per una cultura populista imperniata sul tema dell’identità giudaico-cristiana dell’Europa, etc.), o di iniezione di consapevolezza circa la dimensione internazionale della rete sovranista, o, ancora, di expertise messa a disposizione.

c) Per quanto riguarda l’area “mainstream”, l’iniziativa più significativa sinora lanciata sembra essere quella della Cancelliera tedesca Angela Merkel e del Presidente francese Emmanuel Macron, che, in nome della necessità di “un’Europa più forte e più autonoma”, hanno rilanciato il tema dell’esercito comune europeo (idea dalla concretizzazione rinviata ad un medio-lungo termine non ben precisato), nonché quello dell’istituzione di un cosiddetto “bilancio dell’eurozona”. Al di là del merito delle proposte – oltre che dell’innegabile impegno soprattutto del Presidente Macron per la costruzione di un futuro europeo aggiornato alle sfide dell’oggi – si tratta di iniziative legate a doppio filo a due leader che sono in difficoltà in patria, e che (forse proprio per questo motivo) sembrano piuttosto estranee al dibattito della campagna elettorale in corso.

In conclusione, ed alla luce di quanto detto sinora, qualche domanda. La virulenza della crisi esistenziale della UE non dipende forse anche dal fatto che i partiti “mainstream” abbiano rinunciato – almeno dal 2005, ossia dai no francese ed olandese al referendum sul cosiddetto trattato costituzionale europeo – a lavorare alla prospettiva dell’integrazione politica della UE, tradendo di fatto la vocazione dinamica prescritta nei trattati, di una”unione sempre più stretta”? Si può sostenere che l’evoluzione in atto della scena europea verso un dibattito europeo genuinamente politico stia mettendo in difficoltà questi partiti, perché impone loro di formulare risposte che, parafrasando Giuliano Ferrara (Il Foglio, 19 ottobre 2018), vadano al di là di mere rivendicazioni retoriche di una storia e di valori che, lasciati senza “fatti” politici, riducono l’europeismo ad un “flatus vocis”? E se tali difficoltà dipendessero proprio dal fatto che le stesse forze politiche che ci hanno portato a questa Unione Europea, a tale “status quo”, in fondo, non sappiano e non vogliano rinunciare?

Mario Di Ciommo
per Rassegna Astrid, Roma, 21 dicembre 2019