Perché la teologia? Considerazioni 146 anni dopo la “legge Correnti”

Di |2019-02-18T17:36:10+01:0018 Febbraio 2019|editoriali|

Questo saggio vuole rispondere ad una domanda: “Perché lo studio della teologia può (e dovrebbe) interessare anche ai laici che non hanno alcuna intenzione di fare i teologi?” E vuole offrire alcune brevi considerazioni 146 anni dopo la “legge Correnti”

Sono ormai trascorsi 146 anni dalla promulgazione della legge n. 1251 del 26 gennaio 1873, nota come “legge Correnti”, con la quale venne sancito lo scioglimento delle facoltà di teologia cattolica ancora esistenti negli Atenei pubblici del Regno: dopo quasi un secolo e mezzo, nelle Università statali italiane continua a non esserci alcuna cattedra di teologia, mentre esiste addirittura un’intera classe di laurea dedicata alle scienze religiose (LM-64, laurea magistrale biennale) in cui però vi sono insegnamenti di carattere storico, antropologico, filosofico ma non teologico. Non va meglio la situazione sul fronte dei Corsi di Studio triennale inseriti nella classe L-42 (Storia), ove gli insegnamenti sono, ancora una volta, legati alla dimensione storico-antropologica e filosofica.
Insomma, se il sapere religioso trova ancora una sua dimensione negli Atenei pubblici – seppure in maniera non sempre coordinata, finendo così per restare sovente confinato entro un vaso che difficilmente riesce a comunicare con le altre scienze sociali – non altrettanto può dirsi per il sapere teologico, che si aggira come un paria entro le strade della conoscenza accademica pur risultando presupposto indefettibile per acquisire determinate conoscenze.
Non ci riferiamo, naturalmente, solo alle conoscenze teologiche che sono necessarie al filosofo per comprendere oltre un millennio di speculazioni su cui si fondano tutte le speculazioni degli ultimi cinquecento anni; o alle conoscenze teologiche di cui, si suppone, gli “Specialisti in discipline religiose e teologiche” (Codice ISTAT 2.5.6.1.0) ed i “Tecnici delle attività religiose e di culto” (Codice ISTAT 3.4.5.5.0) – figure professionali che le LM-64 intendono formare – dovrebbero essere in possesso. La teologia, intesa come riflessione intorno a Dio e alla sua rivelazione, ma in modo più ampio come speculazione sull’origine e la causa prima delle cose, costituisce infatti un bagaglio di riflessioni che rende più solido l’insieme delle conoscenze dello storico, dello scienziato della politica e dell’educazione, dell’esperto di relazioni internazionali, del sociologo e del giurista.
Pensiamo prima di tutto alla storia ed alla mappatura delle diverse teologie che si muovono entro un gruppo religioso: come si può pensare di conoscere perfettamente tale gruppo (e dunque le sue interazioni – anche politiche – con la società in cui esso è inserito) senza conoscere le diversità di credo che lo attraversano e le conseguenze pratiche che da esse derivano? Molta dell’ignoranza sull’Islam e soprattutto la sua omologazione stereotipata entro un contenitore immaginario one size fits all derivano dall’insipienza in merito ai movimenti teologici che lo attraversano; movimenti capaci di dipanarsi entro un orizzonte geografico ed ideologico immenso, entro crinali che vanno da luoghi in cui le donne devono recarsi allo stadio accompagnate ad altri in cui la preghiera è guidata da imam di sesso femminile e/o in cui gay, lesbiche e transgender sono benvenute. E, per la verità, se anche il Cristianesimo (ed il Cattolicesimo romano) non sono generalmente raffigurati entro dimensioni capaci di dar conto di come la Rivelazione assuma contorni ermeneutici tutt’altro che omologati, ciò si deve proprio all’analfabetismo teologico di chi sarebbe chiamato a produrne un ritratto soddisfacente. Per intenderci, non si può comprendere il movimento di Comunione e Liberazione senza comprendere la teologia di Luigi Giussani e Julian Carròn: che non sono ovviamente teologie eretiche, ma che di certo apportano all’ortodossia dei contributi originali capaci di avere delle conseguenze sul piano sociale e politico. Senza la conoscenza di questo pensiero originale, qualunque operazione diretta a “comunicare” la storia ed il divenire del movimento rischia di diventare uno stereotipo buono per le chiacchiere del Bar Sport.
La teologia è risposta nei confronti della questione dell’alterità. Nessuno oggi può pensare di proporre un vero dialogo interconfessionale senza una presa d’atto delle cause storiche e teologiche del rapporto che una religione ha con le altre religioni: nessuno oggi può costruire una grammatica dell’ospitalità (beninteso, stretta o larga finchè si vuole) senza conoscere il contributo che ad essa portano le teologie quando si occupano dello straniero.
La teologia morale serve al giurista per comprendere appieno le “clausole generali”, ovvero quei concetti indeterminati (buona fede, buon costume ecc.) che il legislatore adopera per mettere in contatto la norma con il concreto vissuto del corpo sociale e le visioni di carattere etico che lo attraversano: ma – più in generale – la riflessione teologica intesa in senso ampio è di grande importanza di fronte alle questioni ultime, alle scelte tragiche, ai grandi dilemmi che il giurista si trova ad affrontare. Questo perché, anche dentro uno Stato laico, le diverse visioni della vita buona che devono convivere non possono non confrontarsi anche con l’orizzonte religioso, posto che esso rappresenta una delle componenti (ormai non più mainstream, quantomeno in Europa, ma non certo irrilevante) del corpo sociale.
Più in generale, il sapere teologico servirebbe a porsi di fronte al reale senza farsi ghermire dalla trappola tecnocratica. La teologia, con la sua capacità di portare il suo discorso all’origine, rifiuta la dimensione assertiva per cui – una volta imparate le istruzioni – qualunque cosa producibile deve diventare riproducibile se esiste un interesse economico. La domanda ultima, la domanda di senso che muove la teologia non è necessariamente destinata a sfociare in un confiteor : essa è prima di tutto presa d’atto del limite dell’uomo e del suo posto nel mondo. E questa domanda, in uno spazio ed in un tempo in cui le risorse si consumano velocemente e senza possibilità di ritorno, in cui l’asticella del limite si sposta sempre più in là, potrebbe essere certamente utilmente posta anche dentro l’Università laica.

Vincenzo Pacillo