Gli USA all’attacco della Unione Europea lungo l’asse populista-sovranista

Di |2019-02-09T07:45:30+01:008 Febbraio 2019|editoriali|

Tre recenti iniziative dell’Amministrazione Trump lasciano pochi dubbi sulla visione che questa ha dell’ordine internazionale e del rapporto con l’Unione Europea: le dichiarazioni rilasciate dal Segretario di Stato, Mike Pompeo, a Bruxelles lo scorso 4 dicembre; la decisione dell’8 gennaio di abbassare lo status diplomatico della UE a quello di organizzazione internazionale; la decisione di sospendere la partecipazione degli USA all’Intermediate-Range Nuclear Forces (INF). Tre iniziative che – al netto del tema dei rapporti commerciali USA-UE – impattano in maniera diretta sulle relazioni transatlantiche nonché su presente e futuro del progetto europeo di integrazione.

Il 4 dicembre Mike Pompeo ha pronunciato un discorso dal titolo “Restoring the Role of the Nation-State in the Liberal International Order”. Dopo un rapido excursus su come gli USA abbiano guidato la ricostruzione dell’Occidente dopo la seconda guerra mondiale, garantendo l’istituzione di un ordine liberale con al centro ideali e valori tipicamente occidentali, il Segretario di Stato è partito all’attacco dello status quo attuale dell’ordine internazionale: “Does it work?”, ha chiesto retoricamente. Più precisamente, obiettivo degli strali di Pompeo è stato il multilateralismo, “too often become viewed as an end unto itself”. Con fare assolutamente esplicito, ha quindi puntato il dito contro Nazioni Unite, Organizzazione degli Stati Americani, Unione Africana, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, per poi passare a Cina, Iran, Russia e… Unione Europea.
A proposito di quest’ultima ha chiesto: “Is the EU ensuring that the interests of countries and their citizens are placed before those of bureaucrats here in Brussels?”. La dicotomia proposta – si noti bene – è quella tra interessi dei Paesi e dei cittadini versus interessi dei burocrati brussellesi, secondo una rappresentazione che ci suona familiare, visto che essa costituisce un cavallo di battaglia dei populismi – sovranisti e non – d’Europa. Trattasi di rappresentazione evidentemente semplicistica: per dire la cosa più madornale, sembra ignorare il fatto che al timone della UE ci sono indiscutibilmente gli Stati nazionali, e non i burocrati delle istituzioni comunitarie (al netto dei numerosi limiti di queste ultime).
Proseguendo nella lettura del discorso, emerge con estrema chiarezza il punto cruciale della visione dell’Amministrazione Trump, ossia che il cuore pulsante di un nuovo ordine globale debba essere lo Stato-nazione: “nothing can replace the nation-state as the guarantor of democratic freedoms and national interests”. E, se non fosse sufficientemente chiaro, poco dopo Pompeo ha aggiunto: “Our mission is to reassert our sovereignty, reform the liberal international order, and we want our friends to help us and to exert their sovereignty as well”. Dunque, amici sono (e saranno) coloro che aiutano (e aiuteranno) gli USA in questo progetto di “rifondazione”; progetto rispetto al quale “America intends to lead – now and always”. E chi non rientra in questi parametri? Il Segretario di Stato non ha lasciato nulla all’immaginazione: “International bodies must help facilitate cooperation that bolsters the security and values of the free world, or they must be reformed or eliminated”. Riformati o eliminati. Poco dopo chiarirà che l’Amministrazione Trump non è contraria a organizzazioni internazionali, ma queste debbono “respect national sovereignty” e “create value for the liberal order and for the world”.
Se ci fosse qualche residuo dubbio sul fatto che l’offensiva contro la UE è stata ormai lanciata dall’“alleato” statunitense – e che il discorso di Pompeo va letto non come un “incidente di percorso”, ma come una sorta di manifesto programmatico – basta andare avanti di poco più di un mese sul calendario per trovare la decisione USA – nemmeno comunicata ufficialmente ai diplomatici dell’UE – di ridurre lo status diplomatico dell’Unione da quello riservato agli stati a quello di organizzazione internazionale. Al netto degli effetti sul protocollo diplomatico, non serve soffermarsi sul significato politico di tale passo per le relazioni bilaterali UE-USA, perché evidente. Il tutto in barba alla “nuova
fase” della relazione tra Stati Uniti e UE, annunciata dallo stesso Trump, nel corso di una conferenza tenuta alla Casa Bianca assieme al presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, il 24 luglio scorso, quando si annunciò una tregua nella guerra dei dazi tra le due sponde dell’Atlantico.
La decisione forse più sinistra per l’Europa mi pare, però, essere quella (preannunciata da mesi) di sospendere dal 2 febbraio l’adesione degli USA all’INF, trattato firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, proprio con lo scopo di limitare il numero dei missili dispiegati in Europa. Al netto del fatto che quella firma contribuì in misura importante alla fine della guerra fredda, la decisione dell’Amministrazione Trump ha un impatto immediato prima che sui rapporti internazionali e sugli equilibri geopolitici internazionali genericamente intesi, direttamente sulla pelle della UE: ossia sulla sicurezza del territorio europeo. Territorio che torna ad essere oggetto di contesa tra USA e Russia, visto che quest’ultima – guidata da un Putin che crede tanto quanto Trump alla centralità della sovranità nazionale nell’agone internazionale – ha, dopo nemmeno 24 ore, comunicato la decisione di sospendere a propria volta l’adesione all’INF (nonché di sviluppare nuovi missili a gittata intermedia in risposta a progetti simili portati avanti da Washington).
In Europa ci diciamo da anni che l’UE è sotto la minaccia di una crisi esistenziale. E perlopiù riconduciamo tale crisi a minacce “interne” che mettono in discussione la UE come progetto di integrazione (e quindi la sua governance, le sue politiche, etc.). È, però, ormai un dato di fatto che la crisi abbia anche una dimensione esterna, se è vero che gli USA di Trump mettono in discussione la UE come attore internazionale, e prendono decisioni che mettono il territorio europeo al centro di una contesa geopolitica (e militare) con la Russia.
La gravità delle minacce in questione emerge in tutta la sua drammaticità se si pensa che: a) a minacciare la UE – in quanto campione del multilateralismo – sono gli USA, il partner per eccellenza del Vecchio Continente, il quale dice di voler riformare l’attuale ordine liberale “superando” proprio il multilateralismo; B) sia la Russia che gli USA di Trump sono campioni del sovranismo nazionalista che si va affermando su scala globale (e non solo europea). Ciò cosa significa? Significa che le minacce esterne e quelle interne alla UE si vanno saldando lungo l’asse politico-ideologico del populismo sovranista.
Concludo con una domanda: le forze europeiste di oggi – intese nel senso più ampio possibile, capace di comprendere tutti gli attori che hanno a cuore il progetto europeo di integrazione (istituzioni comunitarie, stati, industria, politici, intellettuali, uomini delle istituzioni e cittadini, etc.) – stanno mostrando coscienza di questa situazione? Stanno mettendo in campo – anche valorizzando appieno l’occasione storica della campagna elettorale per le europee del maggio prossimo – risorse adeguate ad elaborare risposte politiche e culturali all’altezza della attualità e della concretezza delle suddette minacce?

Mario Di Ciommo
@dicimario