Salvare il creato

Di |2019-03-18T18:13:44+01:0018 Marzo 2019|editoriali|

 

Il nostro pianeta sostanzialmente è indifferente. Come l’universo, d’altra parte (mi perdoneranno gli animisti). Figuriamoci quindi se sente il bisogno di essere salvato. Dall’aumento di qualche grado di temperatura poi. Non ne sente nemmeno il solletico. Resterebbe comunque un bellissimo pianeta blu.

Soprattutto se il pianeta bello per definizione, da sempre e per moltissime culture affascinate dalla sua luminosità seconda solo alla Luna, è Venere. Ecco, Venere è letteralmente un inferno. Sì perché questo “pianeta gemello” della Terra ha un’impressionante effetto serra, con un’atmosfera densa composta principalmente da anidride carbonica, con una spessa coltre di nuvole di acido solforico, con vulcani e lava a volontà ed una temperatura di oltre 460 °C. Se può consolare, non essendoci acqua non c’è nemmeno umidità (che fa male alle ossa, forse anche a quelle carbonizzate). Questo è il pianeta più bello del sistema solare.

Dico tutto questo perché lo slogan “Salviamo il pianeta” che sta mobilitando tanti giovanissimi, ispirati dalla svedese Greta Thunberg, va totalmente tradotto in “Salviamo l’uomo”. O più precisamente in “Salviamo il creato”. Non tanto e non solo il creato da Dio (per i credenti) o dal caso che ha voluto che ci fossero, proprio su questo pianeta, quelle particolari, fortunatissime e delicatissime condizioni che hanno consentito alla vita di esistere e resistere.

Quello che bisogna salvare è piuttosto il creato dall’uomo. Cioè tutto ciò che la nostra specie ha messo in atto per moltiplicarsi, proliferare, aumentare il grado di felicità e benessere, allontanare il più possibile la morte, governare le emergenze ed evitare i disastri. Questo, non altro, è in pericolo. L’autolesionismo e il naturale masochismo della specie umana, non altro, è in questione.

Scrivo qui davvero poche cose sul merito del “creato dall’uomo” che dobbiamo salvare, per la qual cosa tanti milioni di giovanissimi hanno finalmente suonato la sveglia: 1) va acquisita la verità scientifica ormai ampiamente condivisa sulle ragioni del caos climatico; 2) va ripensato alla radice il modello di sviluppo se davvero vogliamo rendere sostenibile la crescente pressione demografica; 3) la transizione ecologica dell’economia deve essere eguale, cioè il suo costo non può essere caricato sulle spalle dei più deboli ma, al contrario, deve generare maggiore eguaglianza, per far sì che il percorso da compiere sia popolare e non contro il popolo; 4) la transizione dell’economia ha bisogno della politica ed in particolare di una politica industriale affiancata da una politica del lavoro; 5) il faro per tutti sono gli Accordi di Parigi, di conseguenza i Piani energia e clima che ogni Paese deve predisporre entro questo anno; 6) l’Italia deve fare la sua parte, innanzitutto collocando questo tema al centro dell’agenda politica e promuovendo una grande conferenza per scrivere insieme il nostro Piano energia e clima e costruire così la nostra transizione ecologica e solidale.

Ultima riflessione: i ragazzi che protestano, studiano. Approfondiscono i dati, ascoltano in modo critico la scienza, discutono e poi rispondono, punto per punto, alle obiezioni. Tutto questo mentre, tra gli adulti, si diffondono come epidemie complottismo, oscurantismo, terrapiattismo e numerose altre idiozie simili; tante e tali che sarebbe avvilente farne un elenco. Soprattutto si diffonde un’irresponsabilità disperata; quella di chi abolisce il futuro proprio e dei propri discendenti e si rinchiude egoisticamente nel proprio presente. Ma sì! D’altra parte, come avrebbe detto Marx (Groucho intendo): “Perché dovrebbe importarmene delle generazioni future? Cosa hanno fatto loro per me?”.

Voglio insistere, quindi, sulle caratteristiche di questo movimento mondiale dei “Friday for future”. Pensavamo che l’etica della responsabilità crescesse con l’età, con l’esperienza e la maggiore consapevolezza delle cose. Scopriamo che invece il processo si è ribaltato: i giovani si mostrano più consapevoli e responsabili, gli adulti regrediscono, si analfabetizzano, diventano vieppiù violenti, xenofobi, egoisti. Naturalmente la mia è solo una provocazione sommaria e non un’analisi sociologica. Ma la faccio per dire che, nel successo di queste manifestazioni, c’è anche la riscossa del sapere, della scuola, della conoscenza. Cioè di quella attività che la società ha voluto obbligatoria per i giovani ed incredibilmente facoltativa per gli adulti. Anzi, non facoltativa ma ingombrante, inutile, fastidiosa, persino ingannevole, deviante. Curare questo paradosso è forse il primo compito se davvero vogliamo salvare l’uomo e il suo creato. Ripartiamo da qui.