Gli effetti (volutamente) non considerati della riduzione del numero dei parlamentari

Di |2019-08-14T12:32:25+02:0014 Agosto 2019|editoriali|

(testo ridotto del saggio di F. Clementi, Sulla proposta costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari: non sempre «less is more», n. 2/2019. Disponibile in: http://www.osservatoriosullefonti.it)

 Il tema della riduzione del numero dei parlamentari è una discussione antica, tanto nel nostro Paese quanto in altri ordinamenti. Di regola si sviluppa intorno a due principali argomenti: (a) la fonte che individua il numero dei parlamentari (testo costituzionale, una legge organica, una legge ordinaria); (b) la determinazione del numero dei parlamentari, (che per alcuni è un dato esplicito e puntuale, sostanziato in un numero fisso, come ad esempio oggi accade in Italia; per altri, invece, è un dato mobile, dipendente dal rapporto con la popolazione, come ad esempio oggi avviene in Romania; per altri ancora, infine, è una variabile libera che si applica a partire da un numero minimo prefissato di parlamentari e che dipende dall’esito elettorale, potendo determinare seggi c.d. “soprannumerari”, come ad esempio oggi in Germania).

Su questo sfondo, nel tornare ad accostarsi a questo tema, in ragione dell’iter parlamentare di approvazione nell’attuale XVIII Legislatura del disegno di legge costituzionale A.S. 214 ed abbinate (ormai giunto alla seconda lettura conforme richiesta dall’art. 138 della Costituzione, avendone la Camera dei Deputati incardinato il testo alla fine di luglio), non si può non prendere atto, preliminarmente, di almeno tre elementi di fatto che contribuiscono ad inquadrare il tema e che animano il confronto intorno a ciò che è avvenuto e sta avvenendo.

In primo luogo, il fatto che si tratta – come detto – di un tema assai ricorrente nella storia politico-istituzionale repubblicana tra politica, dottrina e società; insomma, di un elemento permanente, non effimero, che in modo carsico entra ed esce dal nostro dibattito pubblico, rimanendo tuttavia sempre presente.

In secondo luogo, il fatto che vi è una vasta e prevalente opinione pubblica che, da anni, è favorevole ad una riduzione del numero dei parlamentari, considerando eccessivo ed ingiustificato per il nostro sistema politico-costituzionale l’essere rappresentati solo politicamente – non anche territorialmente, come avviene in genere nei bicameralismi – da 945 parlamentari. Questo sentimento, naturalmente, da tempo è corroborato – non senza un qualche argomento, sia chiaro – da un sistema mediatico abile nel radicare questo tema nelle pieghe più profonde della nostra società, alimentando quell’idea di c.d. casta, e con essa uno spirito antiparlamentarista oltre che antipolitico: fatto pericoloso, a maggior ragione in un Paese che vede crescentemente fasce della popolazione sempre più caratterizzarsi per un analfabetismo funzionale di ritorno e per lasciar prevalere le emozioni alle ragioni, soprattutto nei momenti elettorali.

Infine – ultimo, ma davvero non ultimo – il fatto che si tratta di un tema che tocca le corde profonde del concetto sostanziale di democrazia e di democraticità di un ordinamento, posto che, nel combinarsi con le leggi elettorali, il numero dei parlamentari esprime la nostra rappresentanza politica, incidendo direttamente nella concezione che il nostro ordinamento propone e realizza in concreto riguardo al rapporto tra eletti ed elettori, tra governanti e governati.

Su questa base, dunque, nel quadro più generale dell’assetto politico-costituzionale, obiettivo del presente contributo è quello di evidenziare le conseguenze e gli effetti del disegno di legge di modifica costituzionale A.S. 214 ed abbinate, che si appresta a chiudere in tempi brevi anche la seconda lettura alla Camera dei Deputati, dopo l’approvazione in seconda lettura da parte del Senato della Repubblica l’11 luglio 2019. Un testo, peraltro, che sarà applicabile da subito – referendum confermativo eventuale, permettendo -, cioè fin dalla prossima legislatura, ossia a decorrere dal primo scioglimento successivo alla data di entrata in vigore della legge costituzionale.

In questo senso, a fortiori, proprio perché il numero dei parlamentari è il “perno” intorno al quale ruota tutta la parte organizzativa della Parte II della Costituzione – non a caso, addirittura, la apre -, una riduzione di tale numero non può non imporre un ragionamento intorno agli effetti sistemici che esso comporta, a tutti i livelli politico-costituzionali ed elettorali.

 

La predeterminazione del numero dei parlamentari, come previsto attualmente dalla nostra Costituzione per ciascuna delle Camere, non è frutto dei lavori dell’Assemblea costituente, bensì di un intenso e dinamico confronto politico intervenuto durante i primi decenni della Repubblica e approdato alla riforma costituzionale del 1963.

Il dibattito può, dunque, essere delineato in un percorso in tre fasi: (a) dal 1948 al 1963; (b) dal 1963 al 2001; (c) dal 2001 ad oggi.

La prima fase, dal 1948 al 1963, è quella più intensa e movimentata, dentro la complessità e la molteplicità di scelte operate nell’attuazione progressiva, a tappe, del testo costituzionale da parte del Legislatore ordinario. In questo periodo, il ragionamento intorno alla definizione del numero dei parlamentari non rappresenta altro che la sintesi finale di scelte più grandi, di sistema, operate dalla politica e dai partiti politici in Parlamento, quali, ad esempio, il consolidamento del sistema elettorale di tipo proporzionale, e dunque dell’idea di rappresentanza che si voleva stabilizzare nell’ordinamento innanzitutto in ragione della guerra fredda, o, del pari, la creazione di nuove Regioni.

L’effetto di quella scelta fu che, per le prime tre legislature repubblicane, la Camera dei Deputati si compose, rispettivamente, di 574 (I legislatura, 1948-1953), 590 (II legislatura, 1953-1958) e 596 deputati (III legislatura, 1958-1963).

Per quanto riguarda, invece, il Senato della Repubblica, all’interno del rilevante dibattito che già in Assemblea costituente vi fu intorno alla natura e al tipo di bicameralismo l’Assemblea ne definì la composizione prevedendo un minimo costituzionalmente garantito di sei senatori a Regione (uno solo per la Valle d’Aosta) e definendo il rapporto di un senatore ogni duecentomila abitanti.

Ne conseguì, dunque, che per le prime tre legislature repubblicane il Senato si compose, rispettivamente, accanto a 107 senatori di diritto, di 237 componenti elettivi per la I legislatura (1948-1953) e la II legislatura (1953-1958), e di 246 componenti per la III legislatura (1958-1963).

La seconda fase – dal 1963 al 2001 – caratterizzata con le modifiche agli articoli 56 e 57 dalla puntuale predeterminazione del numero dei parlamentari in Costituzione. Questa seconda fase iniziò ad entrare in crisi a partire dall’inizio degli anni Ottanta quando emerse, anche formalmente, il dibattito parlamentare sulle riforme istituzionali, che accompagna da allora, sostanzialmente senza soluzione di continuità, il percorso politico-istituzionale italiano. Così, dalla Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali, la c.d. Commissione Bozzi (1983-1985), fino alla riforma c.d. Renzi-Boschi, il tema è stato al centro della discussione parlamentare, non da ultimo perché, nella XIII legislatura, è stata approvata la legge costituzionale 17 gennaio 2000, n. 1, di riforma dell’articolo 48 della Costituzione che, modificando la composizione del parlamentari, apre l’attuale terza fase del dibattito sul numero dei parlamentari.

Questa legge, infatti, estendendo l’esercizio del diritto di voto anche ai cittadini italiani residenti all’estero, determinò l’introduzione della circoscrizione Estero per l’elezione di entrambe le Camere fin dalle successive elezioni, quelle che diedero vita alla XIV Legislatura. Da allora, dunque, tra i 630 deputati sono ricompresi i 12 eletti nella circoscrizione Estero mentre tra i 315 senatori sono ricompresi i 6 eletti nella circoscrizione Estero.

 

Nell’attuale XVIII Legislatura, il 12 luglio 2018, con l’audizione da parte delle Commissioni Affari costituzionali congiunte di Camera e Senato del Ministro per i rapporti con il Parlamento e per la democrazia diretta Riccardo Fraccaro, chiamato ad illustrare le linee programmatiche della sua azione di governo, il tema della riduzione del numero dei parlamentari torna al centro del dibattito parlamentare.

In particolare, la riproposizione del tema di una riduzione del numero dei parlamentari si viene ad incastonare nella logica politica, promossa dalla maggioranza che sostiene il Governo Conte, di c.d. “micro” riforme costituzionali, ossia di riforme limitate e puntuali del testo; una scelta che, innanzitutto mediaticamente, mira a contrapporsi di fronte all’opinione pubblica alla diversa strategia che ha caratterizzato gli ultimi quindici-venti anni del dibattito politico in tema di riforme costituzionali (dalla riforma del Titolo V del 2001 in poi).

Ripresa peraltro anche nell’intervento del Presidente Conte nell’ambito della presentazione della Nota di aggiornamento al DEF 2018, ed evidenziata anche come elemento decisivo per “abbattere i costi della politica”, la riduzione del numero dei parlamentari, che avvia l’iter al Senato il 10 ottobre 2018, è proposta al Parlamento attraverso tre distinte iniziative legislative parlamentari: A.S. n. 214, a prima firma del sen. Gaetano Quagliariello; A.S. n. 515, a firma dei senatori Roberto Calderoli e Gianluca Perilli; e A.S. n. 805 a firma dei senatori Stefano Patuanelli e Massimiliano Romeo.

Tutti e tre i disegni di legge costituzionale prevedevano la medesima riduzione del numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) (abbandonando ogni idea di un ragionamento che escludesse una delle due Camere dalla riforma), sebbene inizialmente nessuno di essi prevedesse la modifica della vigente previsione costituzionale riguardo ai senatori a vita e agli ex Presidenti della Repubblica (senatori di diritto a vita); questi sono stati temi che, infatti, sono stati inseriti nel testo approvato, di cui infra ci si appresta puntualmente a dar conto, nel corso dell’iter parlamentare.

Su questa base, dopo una serie di audizioni, formali ed informali, di esperti della materia, l’iter in Senato è stato assai rapido: il 19 dicembre 2018 la Commissione Affari costituzionali ha concluso l’esame dei disegni di legge proponendo all’Assemblea del Senato un testo unificato, che la stessa ha approvato il 7 febbraio 2019 (con 185 voti favorevoli, 54 contrari e 4 astenuti).

Anche alla Camera dei Deputati – dove la proposta di legge di riforma costituzionale prende il numero A.C. 1585, e viene abbinata con un’altra iniziativa di origine parlamentare (A.C. 1172, D’Uva ed altri) – l’iter è assai rapido: esame avviato il 27 febbraio 2019 nella I Commissione Affari costituzionali che, pur svolgendo contestualmente una apposita indagine conoscitiva, approva il mandato al relatore il 17 aprile e voto finale da parte dell’Assemblea il 9 maggio 2019 (sebbene con non poche polemiche scaturite dalla dichiarata inammissibilità da parte del presidente della Camera, Roberto Fico, di una ventina di emendamenti ritenuti – a torto o a ragione – estranei alla materia presentati dalle minoranze). Si è chiusa dunque in sette mesi la prima deliberazione di entrambi i rami del Parlamento, prevista dall’art. 138 della Costituzione.

Tornato al Senato per la seconda deliberazione, nella seduta dell’11 luglio 2019 l’Assemblea ha approvato il testo con la maggioranza assoluta dei suoi componenti (presenti 231, votanti 230, favorevoli 180, contrari 50, nessun astenuto), aprendo così la strada – prevista dal terzo comma dell’art. 138 della Costituzione – per la chiusura dell’iter con la seconda deliberazione conforme da parte della Camera dei Deputati, che dovrebbe intervenire nel mese di settembre 2019.

Nel merito, con un articolato essenziale e assai scarno, il disegno di legge costituzionale di «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari» si compone di quattro articoli: sulla definizione del numero dei deputati (art. 1) e dei senatori (art. 2), sui senatori a vita (art. 3) e sulla sua decorrenza ed entrata in vigore (art. 4).

In particolare, il disegno di legge n. 214-515-805-B, Atto Camera n. 1585-B nell’ultimo passaggio alla Camera, prevede una modifica al secondo ed al quarto comma dell’articolo 56 della Costituzione, che fa scendere il numero complessivo dei deputati dagli attuali 630 a 400 (art. 1), con una conseguente riduzione del numero degli eletti nella circoscrizione Estero, che passano da 12 a 8.

Inoltre, modificando il secondo e il terzo comma dell’articolo 57 della Costituzione, prevede che i senatori elettivi passino dagli attuali 315 a 200, riducendo così anche il numero dei senatori eletti nella circoscrizione Estero da 6 a 4 (art. 2) e, del pari, e riducendo altresì il numero minimo di senatori eletti per Regione (da 7 a 3), senza innovare peraltro la rappresentanza senatoriale del Molise (2 senatori) e della Valle d’Aosta (1 senatore). In aggiunta, sostituendo il quarto comma dell’articolo 57 della Costituzione, dispone che «La ripartizione dei seggi tra le Regioni o le Province autonome, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti ».

Si stabilisce, inoltre, modificando il secondo comma dell’articolo 59 della Costituzione, che il numero massimo di senatori a vita di nomina presidenziale (per i cittadini che «hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario») non possa essere superiore a 5 (art. 3).

Da ultimo, l’articolo 4 del provvedimento prevede l’entrata in vigore della riforma già dalla prossima legislatura, cioè a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale.

Dunque, rispetto al testo costituzionale vigente, al netto degli effetti plurimi sulla rappresentatività degli eletti e sulla rappresentanza in generale, e delle conseguenze e delle valutazioni ordinamentali che da ciò ne discendono, di cui si dirà oltre, il testo approvato si caratterizza per tre aspetti: (a) la riduzione del numero dei parlamentari; (b) la conferma degli ex Presidenti della Repubblica come senatori di diritto a vita; (c) la riduzione del numero minimo di senatori eletti per Regione, previsione costituzionale che – come vedremo – non è di poco momento riguardo alla qualificazione dell’assetto della rappresentanza politica nel nostro ordinamento.

 

Parallelamente al disegno di legge di riforma costituzionale, il Parlamento ha approvato la legge 27 maggio 2019, n. 51 recante “Disposizioni per assicurare l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari”, con l’obiettivo di «rendere neutra, rispetto al numero dei parlamentari fissato in Costituzione, la normativa elettorale per le Camere. (…)» e di evitare «specifici interventi di armonizzazione della normativa elettorale che diversamente sarebbero necessari per evitare problemi di funzionamento del sistema» a fronte di una riduzione del numero dei parlamentari.

Tuttavia, si tratta di un testo che promette ciò che, nella realtà, non può mantenere, nonostante, anche in questo caso, una serie di audizioni.

Infatti, pur evitando di modificare esplicitamente l’attuale legge elettorale, comunemente nota come Rosatellum, ossia la legge n. 165 del 2017, nonché il decreto legislativo n. 189 del 2017 che la implementa con riferimento ai collegi, nei fatti la legge n. 51 del 2019 tocca il cuore della rappresentanza politica di questo Paese.

Questo testo scinde, infatti, due elementi inseparabili nella rappresentanza politica, ossia il numero dei parlamentari stabilito in Costituzione dal rapporto che tale numero esprime rispetto agli abitanti. Ciò avviene nel momento in cui la legge Perilli considera la base numerico-dimensionale del rapporto tra eletti ed elettori, così come scaturito in concreto dalla legge elettorale, come una variabile indipendente proprio dalla legge elettorale, mentre – come è noto da tempo – la dimensione delle circoscrizioni incide in modo rilevante sul rendimento istituzionale dei sistemi elettorali.

Tenendo presente, infatti, che i seggi in Parlamento non corrispondono tutti, puntualmente, al numero dei collegi – perché solo una parte dei parlamentari, come noto, è eletta in collegi uninominali -, la legge n. 51 del 2019 sostituisce, appunto, al numero fisso di collegi uninominali della Camera (231) e del Senato (109), un rapporto numerico, ossia i tre ottavi (3/8) del totale dei seggi da eleggere nelle circoscrizioni elettorali, che corrisponde all’attuale percentuale, il 37%, del peso dei seggi uninominali, appunto, tra Camera e Senato, rispetto al numero totale dei seggi totali a disposizione.

Tuttavia, questa frazione, rapportata ad un numero inferiore di parlamentari, e dunque di seggi, rende inevitabilmente più distorsivo il rapporto rappresentativo tra eletto ed elettori.

Dunque, l’obiettivo diviene chiaro: non si modifica la legge elettorale, perché le proporzioni tra parte uninominale e plurinominale, espresse dalla frazione dei 3/8, rimangono formalmente invariate ma, a fronte di un numero inferiore di seggi, l’effetto politico prodotto da quella frazione è assai meno rappresentativo di quello attuale.

Insomma, l’effetto perverso di questa semplice operazione tecnico-ragionieristica è dirompente sul piano della rappresentanza politica perché, di fronte ad un numero inferiore di parlamentari, squilibra pesantemente il rapporto rappresentativo: ogni parlamentare sarà rappresentativo, infatti, di un numero di abitanti molto maggiore rispetto ad ora, al punto tale che si potranno avere casi limite di parlamentari rappresentativi, tra Camera e Senato, di un numero di abitanti che oscillerà tra ottocentomila e un milione. E i centri più abitati, naturalmente, fagociteranno la rappresentanza delle aree interne del Paese, demograficamente meno popolate, e destinate a perdere chiari collegamenti politici, in quanto tecnicamente impossibilitate, per ragioni appunto demografiche, ad avere propri rappresentanti.

Una scelta diabolica, allora, che di “neutrale” non ha nulla.

A fortiori, allora, diviene inevitabile per il Legislatore, nel combinato disposto tra la legge 27 maggio 2019, n. 51, e la riduzione del numero dei parlamentari, riscrivere i collegi elettorali, tanto quelli uninominali quanto quelli plurinominali, essendo necessario, appunto, ridefinirne ambito e perimetro territoriale. E in questo senso si spiega allora la scelta del legislatore che con l’art. 3 della legge n. 51 del 2019 ha delegato il Governo a rideterminare i collegi uninominali e plurinominali.

Se ciò accadrà, allora, sarà a maggior ragione più evidente il danno alla rappresentanza politica perché collegi inevitabilmente più grandi, fondati su un legame rappresentativo più debole (perché troppo ampio per non risultare distante), non faranno altro che fiaccare, in una logica strutturale – stavolta sì – densa di antipolitica, ogni volontà dei rappresentanti politici di dar forza al mandato rappresentativo ricevuto dai cittadini sul territorio; posto che, con un collegio elettorale territorialmente così esteso, la distanza naturale tra eletti ed elettori sarà impossibile da colmare, nonostante l’eventuale buona volontà degli eletti.

Insomma, chiaro disincentivo al rafforzamento del legame tra eletti ed elettori, il combinato disposto di questa proposta di riduzione dei parlamentari insieme con la legge 27 maggio 2019, n. 51 colpisce direttamente il legame rappresentativo che sostanzia la nostra democrazia parlamentare, producendo un danno assai grave al principio di rappresentanza.

 

La riduzione del numero dei parlamentari, unita alla rimodulazione della rappresentanza sul territorio nazionale per effetto della legge 51 del 2019 e del sistema elettorale vigente, determina una serie di effetti rilevanti su molti piani: su quello costituzionale, su quello ordinamentale e su quello politico.

Le diverse conseguenze che scaturiscono da queste riforme, messe a sistema, si muovono, al fondo, tra la dimensione del collegio e il numero degli eletti, tutte dentro una medesima logica del legislatore costituzionale: quella di de-territorializzare – e quindi di smaterializzare – la rappresentanza politica di tipo parlamentare dal rapporto sul territorio degli eletti con gli elettori, svuotando così di senso, nella realtà concreta, il mandato parlamentare rappresentativo. Quest’ultimo, infatti, si viene a presentare in una logica nuova, del tutto contraria ed opposta tanto alla tradizione repubblicana, quanto, per certi aspetti, addirittura a quella pre-repubblicana.

Infatti, vista dalla prospettiva del rapporto tra rappresentanza politica e dinamiche territoriali, la realtà dei numeri che emerge dalla proposta costituzionale di riduzione dei parlamentari – positiva in sé, ma non auspicabile se realizzata in questi termini – produce gravi ed evidenti effetti distorsivi sulla rappresentanza politica.

In primo luogo, produce una palese distorsione della rappresentanza politica perché le regioni e le aree più popolose saranno inevitabilmente avvantaggiate rispetto alle aree meno abitate, specialmente rispetto a quelle interne. E ciò non farà altro che acuire le difficoltà di quei territori – in crisi già da tempo in molti ambiti quali, ad esempio, quello della tutela della salute, dell’istruzione e dei trasporti – a trovare interlocutori politici realmente interessati a rappresentare le loro istanze. Un effetto che si produrrà per entrambe le Camere, ma specialmente riguardo al Senato perché le circoscrizioni saranno enormi, rendendo così la rappresentanza politico-democratica, espressa nel momento elettorale, in gran parte disconnessa da un legame territoriale.

La concentrazione della rappresentanza politica e, soprattutto, del suo esercizio nelle aree più popolose del Paese contribuirà così a far aumentare l’astensionismo elettorale e la disaffezione alla vita politica, con ciò alimentando il fenomeno della “fuga dalle urne” che si registra pure nel nostro Paese.

Si aggiunga altresì le difficoltà che si possono registrare nelle regioni a Statuto speciale e in quelle che hanno, al loro interno, minoranze linguistiche e culturali costituzionalmente garantite, le quali avranno molti problemi ad assicurare un’equa rappresentanza di tutti i gruppi linguistici.

Del pari, la riduzione percentuale dei parlamentari in rapporto alla dimensione territoriale produce effetti distorsivi anche in relazione agli eletti nella circoscrizione Estero.

Questi eletti, infatti, pur mantenendo la medesima proporzione numerica complessiva rispetto al numero totale dei parlamentari, vedranno aumentare ulteriormente e a dismisura la dimensione dei loro collegi, fino ad arrivare ad essere addirittura comprensivi di più continenti (due senatori rappresentanti per l’Europa, un senatore per tutte le Americhe e un senatore per Asia, Africa e Oceania), facendo perdere senso e significato alla stessa rappresentanza politica e, con essa, quindi alla funzione e previsione costituzionale delle circoscrizioni estere. Allora, sarebbe stato indubbiamente più corretto e coraggioso cancellare dalla Costituzione la circoscrizione Estero.

Vi sono poi altri profili problematici, a partire dal bicameralismo e dalla mancata differenziazione delle due Camere, nonché dalla mancata riforma organica dei collegati Regolamenti parlamentari, che invece questo testo non considera.

Se questa riforma costituzionale sarà approvata, proprio quindi per garantirne la funzionalità, sarà essenziale proprio una revisione profonda dei regolamenti parlamentari, tenendo presente almeno tre livelli di intervento:

(a) quello sulla formazione e strutturazione dei Gruppi parlamentari, i cui numeri dovranno essere interamente ripensati, anche con riferimento al tema del Gruppo misto e, al suo interno, delle componenti politiche autorizzate;

(b) quello sulla formazione e composizione, sulle funzioni e sull’organizzazione dei lavori delle Commissioni parlamentari, a partire da quelle permanenti; Commissioni che – se non fosse modificata la disciplina attuale – non soltanto rischierebbero di non poter essere più adeguatamente coperte da tutti i gruppi parlamentari ma, soprattutto in sede deliberante, si troverebbero a decidere, in particolare al Senato, in una composizione numerica davvero risicata, tale da chiamare in causa per certi aspetti, nel confronto tra maggioranza e minoranze, addirittura la stessa democraticità della decisione;

(c) quello sulla ridefinizione di tutti i quorum previsti dai regolamenti per ciascuna votazione.

Parallelamente, vi è il tema rilevantissimo dell’effetto della riduzione del numero dei parlamentari sull’elezione del Presidente della Repubblica, con l’improvviso diverso peso dei delegati regionali. Come è noto, infatti, ai sensi dell’art. 83 della Costituzione, il collegio elettorale presidenziale prevede, anzitutto, che il Parlamento in seduta comune sia composto da tutti i componenti di ciascuna Camera nonché da tre delegati per ogni Regione, eletti da ciascun Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze (con l’unica eccezione della Valle d’Aosta, che esprime un solo delegato). Ne consegue, quindi, che se attualmente il numero dei votanti nel collegio è pari a 1.003 elettori (630 deputati, 315 senatori, eventuali senatori a vita e ex Presidenti della Repubblica, cui si aggiungono 58 delegati regionali), con l’entrata in vigore della riforma gli elettori sarebbero 658 (400 deputati, 200 senatori e 58 delegati regionali) e conseguentemente i delegati regionali acquisirebbero un peso maggiore nell’elezione del Presidente.

Il cambiamento proposto non sembra di poco momento, a maggior ragione tenuto conto che fino ad ora il ruolo delle autonomie nella decisione politica del collegio elettorale presidenziale è stato assai basso dentro un bicameralismo paritario, con un sistema politico che vedeva i delegati regionali comunque allineati al voto dei parlamentari colleghi di partito. Un fatto che, considerato lo spostamento di ruolo e di peso nell’elezione presidenziale dei delegati regionali, potrebbe strutturalmente modificare in concreto – ma surrettiziamente, cioè senza modifiche formali al ruolo delle autonomie nel bicameralismo – la dinamica rappresentativa di quel collegio.

Si aggiunga altresì che il risparmio di spesa, che deriverebbe dalla riforma, non è così rilevante, almeno a stare a quanto evidenziato dall’ “Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani”, diretto da Carlo Cottarelli, per il quale il risparmio netto generato dall’approvazione di questa riforma sarà pari a 57 milioni annui (285 milioni a legislatura), cioè lo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana. Certo un risparmio molto più basso rispetto ai 500 milioni a legislatura, propagandati da alcuni esponenti del Governo. D’altronde, come è stato ben detto, «una riduzione del numero dei parlamentari di un terzo non significa riduzione di un terzo delle spese di funzionamento delle due Camere.».

Naturalmente vi sono molti altri effetti e conseguenze che potrebbero essere sottolineati.

 

In ogni modo, anche se chi scrive è sempre stato favorevole ad una riduzione del numero dei parlamentari in ragione di una diversa ristrutturazione del bicameralismo, in modo tale da favorire, oltre ad una rappresentanza politica in senso stretto, anche una di tipo territoriale, quella che si ha di fronte – così come delineata – è una proposta costituzionale che non riesce ad apportare i benefici che i promotori ritengono.

Infatti, non può bastare la sola riduzione dei parlamentari a rendere ipso facto l’ordinamento più snello nella sua configurazione, più rapido nelle sue decisioni e meno costoso nelle sue spese, senza considerare, appunto, che non di soli numeri si tratta.

La scelta esplicita di non affrontare nessuno degli effetti conseguenti la riduzione del numero dei parlamentari rende questa proposta debole da un lato e, dall’altro, espressione plastica del fatto che gli stessi meccanismi tradizionali della rappresentanza, anche attraverso le scelte dei suoi primi attori – i parlamentari – stanno “scricchiolando”; e il solo rinunciare da parte del legislatore a cercare di illuminare tutti gli angoli degli ambiti costituzionali (e non solo) che questa proposta indiscutibilmente tocca, affrontando i problemi, misurando gli effetti e cercando di trovare le soluzioni più idonee a mantenere le nostre Istituzioni all’altezza di una democrazia rappresentativa, di tipo liberaldemocratico e pluralista, rivela l’intento di voler ridurre il perimetro dell’esercizio reale della funzione rappresentativa, svuotando di senso la sua stessa principale istituzione, il Parlamento.

Una scelta che, davvero, di questi tempi, non ci si può proprio permettere di promuovere.

Francesco Clementi