Un’analisi della guerra in Arabia

Di |2019-09-21T12:44:15+02:0021 Settembre 2019|editoriali|

Fidarsi a scatola chiusa delle prove relative alla responsabilità iraniana dell’attacco con droni e forse anche missili alle raffinerie dell’ARAMCO presentate in data recente dall’Arabia Saudita ?
No certamente, e per una serie complessa di ragioni .
Innanzitutto perché l’episodio del bombardamento si inquadra in un contesto molto più ampio che vede Arabia Saudita ed Iran confrontarsi senza esclusione di colpi per decidere se saranno gli sciiti che fanno riferimento a Teheran od i sunniti, sotto la leadership di Riyad, a prevalere nell’area di un Golfo Persico allargato da un lato sino ad Herat, in Afghanistan, e dall’altro sino al Libano .
In tale quadro che già registra un teatro di guerra aperta — in Yemen ove gli Houti sciiti si battono contro una coalizione di sunniti guidata dall’Arabia –:ogni mossa, persino la più scorretta, diviene possibile,  rendendo ogni volta la ricerca della verità estremamente difficoltosa.
Inoltre l’attribuzione dell’attacco all’Iran ha chiaramente in primo luogo lo scopo di provocare , facilitandolo, giustificandolo e facendolo apparire come ineluttabile, un eventuale intervento degli Stati Uniti .
Per fortuna però almeno questa volta Washington ha avuto il buon senso di non fissare , come spesso è avvenuto in passato , delle “linee rosse ” , ed in ciò il Presidente Trump si è dimostrato politico nettamente superiore al suo predecessore Obama .
Da considerare poi come dietro a tutto questo vi sia da parte Saudita l’ambizione di un giovane Principe che in questo momento ha molte cose da far dimenticare . In primo luogo l’andamento non certo brillante di quella guerra verso gli Houti che egli ha scatenato , coinvolgendovi anche i membri di una ampia coalizione . Poi , per citare soltanto un altro punto , la disinvoltura di altri tempi con cui ha combattuto la dissidenza interna ed esterna . Vedasi , ad esempio , l’eliminazione del giornalista Kashoggi per mano dei servizi di sicurezza sauditi .
È logico che in simili condizioni il Principe sia alla disperata ricerca di un successo di grande prestigio , quale quello , appunto , che potrebbe derivare da una decisa entrata in linea degli Stati Uniti nel contrasto che lo oppone all’Iran.
Esaminando infine le prove “materiali” su cui si basa l’accusa di un coinvolgimento diretto iraniano vi è da dire che esse si basano su due elementi che non risultano però pienamente probanti .
Il primo consiste nell’asserzione che i missili / droni non sono partiti da Sud ma da Nord , da un punto imprecisato del territorio irakeno prossimo alla frontiera dell’Arabia Saudita . È possibilissimo che il fatto sia vero , ma ciò non dimostra affatto l’estraneita’ degli Houti all’attacco e la conseguente colpevolezza di Teheran .
Nella comunità sciita a nord del Regno dei Saud non dovrebbe essere infatti stato difficile per i montanari dello Yemen reperire eventualmente , magari in seno ad organizzazioni come Hezbollah o le milizie sciite irakene , le eventuali complicità necessarie a compiere l’azione . Oltretutto l’Arabia Saudita , in guardia verso sud , non temeva attacchi provenienti da nord .
Se poi si vuole discutere sul fatto che Teheran fosse o meno informata dell’intenzione di colpire e non abbia fatto nulla per impedire l’azione  , questo è tutto un altro discorso , considerato come sia in pratica impossibile che l’Iran non sapesse cosa avveniva nell’area.
Parimenti non probanti sono infine i resti di materiali bellici di fabbricazione iraniana mostrati come prova e dichiaratamente reperiti nel teatro degli attacchi . Si tratta infatti di parti di armamenti che negli anni più recenti l’Iran ha distribuito a tutte le forze dell’area medio orientale e della penisola arabica schierate dal lato sciita . Niente di più facile quindi che reperirli in altri teatri , magari proprio in Yemen dove certamente dopo anni di guerra tali reperti abbondano,  e poi esibirli altrove .
Una responsabilità diretta iraniana è quindi totalmente da escludere? Non è affatto detto ; anche su questo punto infatti occorre andarci piano , soprattutto perché una prima analisi del ” cui prodest?” induce  , soprattutto se la reazione americana si limiterà , come sembra stia avvenendo, a quella che in gergo militare si definisce come “una frenetica gesticolazione verbale ” , a focalizzare l’attenzione proprio su Teheran.
Per sapere veramente quale sia la verità occorrerebbe a questo punto L ‘indagine di una commissione realmente indipendente , magari nominata dalle Nazioni Unite: ma ci sono ancora le Nazioni Unite?

Giuseppe Cucchi