La scomparsa di ricerca ed ducazione

Di |2019-09-18T23:04:32+01:0016 Settembre 2019|editoriali, Senza categoria|

Molti sperano che già in questa settimana il pasticciaccio europeo sarà rimediato. Eppure fa impressione che la denominazione dei commissari della nuova commissione europea sia stata costruita con una leggerezza e una superficialità che da giorni stanno suscitando proteste, malumori e meraviglia.

In qualche caso è il conflitto fra i contenuti affidati ai commissari con le “mission letters” della presidente von der Leyen a lasciare sbalorditi: mettere le immigrazioni nella “European way of life” dice di una improvvisazione che solo qualche guru delle società di comunicazione politica — quelle che sopravvivono perché spiumano trionfatori e perdenti alle elezioni — può aver escogitato.

Ma questa discrasia fra compiti e contenuti diventa in qualche caso parossistico e autolesionistico per una commissione che deve andare a chiedere il voto di parlamentari non sempre e non tutti distratti.

Rientra fra questi casi il portafoglio della commissaria bulgara Marija Gabriel che è stato annunciato come “Innovation and youth”. È come se in Italia il Ministero dell’istruzione università e ricerca venisse ribattezzato Ministero del saper fare e del cercarsi un lavoro. Non che le vecchie categorie censurate dalla descrizione di quelle deleghe  (“education” e “research”) siano totem o che la delga affidata alla straordinaria intelligenza politica di Carlos Moedas (“research, science and innovation”) fosse intoccabile.

Ma dato che le parole pesano e le parole che descrivono le istituzioni democratiche ancora di più  aver espunto educazione e ricerca dalla lista delle deleghe dei commissari europei dà un segnale gravissimo al quale penso abbiano già reagito con la dovuta durezza sia Enzo Amendola sia Lorenzo Fioramonti e forse anche “Giuseppi” Conte.

L’Italia — è un dato citato ieri da Nando Pagnoncelli al convegno nazionale della Acli sulla cittadinanza — è il paese leader in Europa per l’efficacia della sua ricerca: i nostri studiosi sono i più citati del mondo; in tutti i grandi paesi il maggior numero di vincitori non nativi di progetti è italiano; e il mezzogiorno italiano non è il luogo giusto per deportare pensionati a basso reddito ma dove riportare intelligenze ad alta fertilità.

Il Parlamento europeo e il presidente Sassoli stanno già reagendo per ripristinare un nome nobile, necessario, impreteribile come ricerca dalla descrizione dei commissari: ma deve essere l’Italia a denunciare un deficit di buon senso grave come quelli del bilancio e chiedere alla presidenza della commissione un ravvedimento operoso.

Lo stesso, anzi di più,  vale per “education”: il paese di Maria Montessori, di don Lorenzo Milani, di Loris Malaguzzi non può accettare che l’Europa releghi l’educazione a sotto-tema perdendo la connessione con l’eguaglianza e la diversità. Anzi: in una Europa in cui la mobilità sociale libera e priva milioni di persone dal determinismo delle appartenenze (che prometteva a tutti “tu vivrai nel ceto, nella cultura, nella religione e nell’etica dei tuoi antenati”), l’educazione decide se questa libertà spinge verso la coscienza del diritto ad avere diritti o verso un dovere al dovere della subalternità.

Il commissario uscente a ricerca scienza e innovazione, Carlos Moedas, aveva difeso e diffuso una formula molto limpida: “research” è denaro che produce conoscenza. “Innovation” è conoscenza che produce denaro (e/o utilità sociale). “Education” è la sola miccia accende “research and innovation”. Non scrivere tutte queste parole nei biglietti da visita della Commissione sarebbe una errore pacchiano per l’Europa europeo e un odioso certificato di disattenzione per l’Italia.

Alberto Melloni