De pecunia

Di |2019-10-15T23:08:49+01:0015 Ottobre 2019|editoriali|

Il disordine sistemico che s’era abbattuto sul centro della chiesa cattolica nell’ultimo biennio del pontificato di Benedetto XVI aveva molteplici cause e dimensioni. Mai membri dell’Appartamento avevano rubato e venduto carte del pontefice. Mai una questione teologica apparentemente sottilissima (la precedenza ontologica e cronologica della chiesa universale sulle chiese particolari) aveva avuto conseguenze così gravi come quelle legate ai pedofili presenti nel clero cattolico. Mai la crescente distanza che il papa poneva fra sé e il governo della curia aveva prodotto tanto disdoro. Tant’è che mai, pur potendolo fare senza dover dare spiegazioni,  un papa aveva rinunciato all’ufficio e al ministero petrino.

 

Però anche nel grande disordine di allora, la questione delle finanze vaticane risaltava: e pur facendo del card. Bertone un capro espiatorio reso vulnerabile da una serie di errori infantili, attirò sugli “italiani” un sospetto e un marchio non meritato da tutti allo stesso modo.

 

Sbagliata la diagnosi, la cura non è stata risolutiva: tant’è che la questione de pecunia non si è mai eclissata dall’orizzonte del governo papale. Nonostante l’energia di papa Bergoglio, nonostante verticalizzazioni, commissioni, procedure, adeguamenti, arresti, certificazioni, il senso che rimane è quello che alla fine avesse ragione il teorema del compianto card. Silvestrini: in fatto di soldi i preti delinquenti si fidano dei delinquenti perché sono come loro, e i preti buoni si fidano dei delinquenti perché sono buoni. Così che anche l’ultimo pasticcio finanziario si confonde con gli altri. Ma pone tutt’altri problemi.

 

Le persone allontanate dai loro uffici e dalla città del Vaticano – con un provvedimento e un tipo di segnalazione che si usa in tutte le amministrazioni del mondo quando ci si libera di dipendenti chiacchierati, e che è stato rivoltato contro il comandante Giani con una malizia maleodorante — non hanno rubato ai risparmiatori come ai tempi di Marcinkus. Non hanno negoziato con la mafia come ai tempi di Sindona. Non hanno trattenuto parte del contante che è ovvio debba essere a disposizione degli uffici più politici della curia altri.

Sono accusati di aver fatto investimenti avventati, per incompetenza o per interesse. Dunque un affaire tutto interno, scoperto da una investigazione che ha visto comandante Giani, capo delle guardie e guardia del capo, poco amato dai mariuoli in talare, avvicendato in modi che fanno un torto alla sua storia e alla sua statura professionale.

 

Ma la vicenda .. che in fondo segna da più punti di vista un progresso nella prevenzione di irregolarità –  ha al cuore un nodo tutto istituzionale e di governo.

 

Che gli uffici di curia debbano avere denaro liquido a disposizione è ovvio. Che una parte di questo denaro – esattamente come i fondi riservati del Viminale – debba essere usato in modo fiduciario è autoevidente. Ciò che non è né ovvio né autoevidente è che la sezione che fa capo Sostituto facesse investimenti propri: perché se ogni ufficio compravende titoli o immobili, con propri funzionari è fatale che si creino zone grigie, discrezionalità, confidenze fra quelli “che conoscono tutti” e quelli che non dovrebbero conoscere nessuno.

 

Sicché l’escomio dato ai funzionari che lavoravano alle dipendenze del Sostituto (la figura che regola ii contatto col papa) è rilevante non tanto per la caratura delle persone, ma per il fatto di essere stati selezionatori di gestori,  fuori da ogni controllo.

 

Controlli che non si realizzano con gli organi previsti per gli Stati o con società che vendono certificazioni in cambio di informazioni o con la creazione di figure inutilmente verticalizzate come fu quella di Pell, che ha fatto danni tanto con le sue buone intenzioni che con le sue pessime azioni.

Servirebbero forse come più classiche — una recognitio, fatta da un cardinale anziano: e un intento chiaro. Che non si esaurisce nel conformarsi a standard estrinseci, ma nel verificare che ciò che deve presidiare l’autonomia del papa – il patrimonio di Apsa, Ior e altri è questo – non serva a creare vulnerabilità non necessarie o a screditare chi lo sa(peva) proteggere.

 

Alberto Melloni