La memoria europea (dopo l’affronto alla Segre)

Di |2019-11-01T10:11:34+01:001 Novembre 2019|editoriali|

La mozione approvata dal parlamento europeo sulla “importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” ha suscitato discussione per la equiparazione fra nazismo e comunismo come “regimi totalitari”, che devono far parte di un patrimonio fatto del ricordo dei patimenti. In dettaglio ci sono due espressioni che hanno espresso questo orientamento: una sui “regimi nazisti e comunisti” come perpetratori di crimini senza precedenti e il crimine dell’Olocausto (sic!); l’altro sui “simboli nazisti e comunisti”, banditi dall’unione.

Che tale equiparazione – legittima solo a chi crede che esista una bilancia per le sofferenze – non abbia alcuna possibile plausibilità storica l’ha spiegato su queste colonne Umberto Gentiloni: giacché è evidente che per la scienza storica ogni assimilazione fra processi storici diversi costituisce una rinuncia al proprium di una scienza che esiste anche se non è infallibile.

Ma il fatto che questa assimilazione sia stata possibile nella più alta autorità di questo continente la dice lunga su cosa accade quando si perde il senso di ciò che la conoscenza storica può/deve fare o non fare. Se un organo politico anche meno autorevole, spiegasse ai cittadini che la politica sanitaria deve essere ispirata alla memoria del dolore di malattie diverse, susciterebbe allarme in tutti, fuorché i becchini. Invece quando dalla scienza medica si passa alla scienza storica si può fare questo: ed è sul perché accade che bisogna riflettere.

La memoria è come un vaso prezioso, l’unico in cui posso essere raccolti principi morali e valori civili infungibili. La memoria europea dunque esiste: include una teoria di crimini perpetrati fra noi e da noi: antisemitismo, guerre di religione, colonialismo, culture della discriminazione, genocidi, costituiscono un fardello che ogni volta che viene negato o minimizzato produce danni civili e morali di cui anche noi abbiamo visto di recente di danni.

Tuttavia, senza una proporzionata conoscenza storica la memoria è un vaso che non si sa dove posare: rimane un dovere volontaristico a cui nessuno può abdicare, ma di cui nessuno può garantire il destino. Il parlamento europea dunque può predicare la memoria, ma impegnarsi perché la ricerca storica non diventi la quinta di un teatrino presentista o un pezzetto del “cultural heritage”, come se la storia fosse la scienza che produce didascalie per un museo di foto e cimeli e non intelligenza e conoscenza delle cose.

Se l’Italia se il parlamento europeo, vogliono fare una battaglia culturale europea, la facciano nella audizione della commissaria Gabriel, nella definizione del programma della ricerca europea da 80 miliardi: fissino una regola (per un metro di memoria, un metro di storia). Pensino non solo a fornire tecnologie per il turismo storico nel passato, come quelle della timemachine europea: ma a produrre conoscenze adeguate, specialistiche, impedendo che i luoghi comuni come quelli che affiorano dal wording della risoluzione

Come quello di chiamare la Shoah olocausto – cosa che a chi conosca appena la bibbia suona insopportabilmente oscena: giacché l’olocausto è l’offerta di un animale fatta nel tempio in cui l’intera carcassa dell’animale viene bruciata come atto ascetico accetto a Dio. Chiamare “olocausto” la decisione di nazista e fascista assassinare e far sparire nei forni e nelle fosse i figli e delle figlie d’Israele, nasconde una superficialità non inusuale, ma che non per questo non si può considerare la spia di una subalternità al wording delle serie televisive americane di qualche decennio fa, da cui l’Europa si può emancipare.

Alberto Melloni