I giorni della storia

Di |2020-01-27T12:15:09+01:0027 Gennaio 2020|editoriali|
Dopo il giorno della memoria iniziano, dovrebbero iniziare i 364 giorni della storia. La storia come “bene comune” diceva l’appello di Andrea Giardina firmato da migliaia di persone pochi mesi fa. La storia come “materia” plasmata in migliaia di classi scolastiche dove si incontrano passioni e questioni che il pessimo burocratese chiama domanda e offerta formativa. La storia come “campo” di una ricerca specialistica e frammentata, in cui arano studiosi e studiose in una catena generazionale fatta di vanità e di scienza, di caporalato accademico e di intuizioni. Un sapere storico che si svolge nella cornice morale e politica disegnata anche da date solenni come quella che abbiamo vissuto ieri.
Il calendario della memoria civile, infatti, esprime e plasma la fisionomia politica dello Stato secolare: e come il calendario liturgico che ha sostituito o affiancato anche questo calendario ha ricorrenze, memorie, solennità dietro le quali però stava un tessuto al.quale corrisponde e deve corrispondere la storia.
Nel.proprio calendario civile  l’Italia ha scolpito la data del 27 gennaio con una decisione eloquente. Eloquente perché è stata presa tardi: all’inizio secolo XXI. Lo ha fatto senza mai dire nella legge che la istituiva una parola chiave: cioè la.parola fascismo.
Ma lo ha fatto. E fra autoassoluzuioni e scorciatoie, ha compreso che memoria non è solo sentire la voce che si assottiglia dei sopravvissuti. Memoria è discernere nel silenzio la voce dei morti, anzi degli “assassinati” come dicono con la indispensabile precisione le “pietre d’inciampo” che segnano i nostri marciapiedi.
Ma come hanno detto tanti, con le stesse parole usate da Liliana Segre,  la memoria ha bisogno di storia, per non dissiparsi. E la storia ha bisogno di politiche per non ridursi a volontarismo intellettuale.
Senza una conoscenza storica infatti si fa una scommessa sulla memoria: come se a priori la quantità di coscienza civile che essa produce bastasse a fermars  la rimonta antisemita,  neifascista e neonazista che invece sale prepotente in Europa, in Italia.
Come ha detto in tv la senatrice Segre messa sotto scorta: “I ragazzi non studiano la storia. E per questo ho incontrato la ministra dell’istruzione Azzolina e spero proprio che la materia storia venga promossa a materia molto importante”.
Un appello che ha incontrato le decisioni prese in sede Unesco col contributo del nostro paese e che Lucia Azzolina col suo primo atto da ministro, annunciato in sinagoga a Cracovia, ha anticipato: costituendo un osservatorio sullo studio della storia nella scuola presieduti da Andrea Giardina e nel quale ha nominato figure della scuola e della ricerca: come Leila el Houssi, la studiosa della migrazione degli antifascisti verso la Tunisia; o Patrizia Gabrielli, che con l’archivio dei diari ha fornito un supporto documentario senza pari alla ricerca e alla didattica; o Silvia Calandrelli che ha trasformato RaiStoria da strumento di divulgazione a fabbrica della coscienza storica nazionale.
Una scelta importante, ribadita ieri al Quirinale nella cerimonia ospitata e conclusa dal discorso del presidente presidnete Mattarella. Essa  dà modo ad un organo permanente di ascoltare e pungolare la immensa e immensamente complessa macchina scolastica per evitare che la memoria che ha il suo giorno inaridisca e che la storia diventi un complemento marginale di una subcultura che abbassa le difese delle democrazie e rende contendibili le libertà democratiche e costituzionali.
Alberto Melloni