I lividi di una terra inquieta

Di |2020-01-31T16:19:35+01:0031 Gennaio 2020|editoriali|

Spaventati, incattiviti, rancorosi e senza prospettive. Nelle ultime battute di campagna elettorale per le elezioni Regionali, è emerso chiarissimo questo sentimento diffuso di concittadini che, di pancia, desiderano altro e disprezzano ciò che hanno. Una volta votato, si continua ad alimentare con rabbia tutta un’indignazione che copre tutto e tutti, senza criterio.Non si sa bene contro chi o contro cosa ma quando si è irranciditi, non serve individuare cause e controcause.

Si è avvelenati e basta e si perde il lume della ragione. Si sceglie visceralmente, di pancia. Senza pietà per se stessi e per l’altro. Nel sentire diffuso e spesso sotterraneo ci sono insoddisfazione, rabbia, paura e frustrazione: un cocktail velenoso e paralizzante come il morso di un pesce-palla. Li ho visti a Bibbiano accalcarsi dietro al Comune, strisciando faticosamente lungo i muri, accusando chiunque della propria avversione e lasciandosi dietro un’ombra inquietante. Alle origini del rancore, non a caso, c’è l’idea di aver subìto un’ingiustizia e un’umiliazione. Un’altra parte del problema è che, ce l’ha confermato un’importante ricerca realizzata da Ipsos, siamo campioni mondiali di percezioni distorte (e negative) per quanto riguarda, immigrati, lavoro, criminalità e salute. E queste percezioni distorte sono a loro volta un ottimo alimento per il rancore. Il Censis propone una definizione suggestiva: sovranismo psichico. Il quale “talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore – diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”.

In altre, più semplici, parole, il Censis sta dicendo che c’è un simpatico clima diffuso di caccia alle streghe. E tutti sanno che, a furia di darle la caccia, un’utile strega spunta sempre da qualche parte.

A questo punto mi tocca essere più che chiara. Non sto dicendo che le cose vadano davvero bene: economia, lavoro, istruzione (e non solo) non vanno bene per niente e dovremmo investire tutte le nostre migliori capacità per farle andare un po’ meglio, specie per le tante persone che oggi sono in grande difficoltà. Ricordo che secondo l’Istat oggi cinque milioni di italiani sono in povertà assoluta e comunque vada la confusione regna sovrana.

Il futuro sembra nebuloso, difficile da decifrare o anche solo da pianificare. Le imprese silenziose cercano credito che le banche diffidano dall’erogare, le partite Iva sono schiacciate da un peso fiscale che annulla autonomie e ottimismi, i servizi sociali arrancano sotto il peso di numeri esorbitanti di popolazioni sempre più anziane e bisognose di assistenza. Le coppie “convivono”, quando va bene, perché i redditi di ambedue non permettono mutui sostenibili; le scuole sembrano essere prese di mira da genitori che offendono i docenti e spalleggiano le negligenze di figli svogliati e spesso inconcludenti. Sono venuti a mancare i punti di riferimento, quelle allettanti note di buon senso adulto che traghettavano le generazioni all’età adulta permettendo a tutti di prendersi cura dei piccoli, degli anziani e dei più fragili.

Ricordo che la povertà economica alimenta la povertà educativa, e viceversa. Ricordo che siamo ampiamente sotto la media dell’Unione europea per investimenti nell’istruzione. Ma la reazione rancorosa distorce, fuorvia e riduce la capacità di visione e di progetto. Esaurisce le forze, azzera la fiducia e ci fa girare a vuoto. Il fatto che ci sia un’epidemia di risentimento anche al di là dei confini nazionali non può consolarci ma, se mai, preoccuparci ulteriormente. Dovremmo, tutti insieme, trovare modi di reagire più virtuosi e produttivi. Ce la possiamo fare? L’Europa non è più un ponte verso il mondo: è una faglia incrinata che rischia di spezzarsi. Così come il Mediterraneo non è più la culla delle civiltà e la nostra piattaforma relazionale, ma è piuttosto un Limes, limite, linea di demarcazione dall’altro, se non proprio cimitero di tombe.

Il momento è delicato e fonte di incertezza totale. Non so come sarà letto tra un cinquantennio questo periodo, ma si tratterà di un crinale epocale, quasi uno spartiacque tra un prima e un dopo. È una reazione per-politica che ha profonde radici sociali e psicologiche: se non fosse stato per il nascente e sorprendente esordio delle “sardine” che ha dato fiato alla voglia di ricominciare a farsi vedere, il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuale e collettiva. Ne è prova il fatto che oggi il 63,6% degli italiani è convinto che nessuno ne difende interessi e identità, devono pensarci da soli, e la percentuale sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio (al massimo, la licenza media) e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi.

La dimensione culturale della insopportazione degli altri sdogana ogni sorta di pregiudizio: le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa rom, zingari, gitani, nomadi, il 69,4% persone con dipendenze da droghe o alcol, il 24,5% persone di altra etnia, lingua o religione. Sono i dati di un attivismo diffuso ‒ dopo e oltre il rancore ‒ che erige muri invisibili, ma non per questo meno alti e meno spessi. Il 52% dei cittadini è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi.

Se in tale contesto, il futuro atteso è una pura estrapolazione del traballante presente, quale potrebbe essere una valida soluzione? “L’Italia avrebbe bisogno del modello di società che abbiamo visto operare nel primo Dopoguerra. Un modello in cui le spinte dal basso condizionavano il Complesso. Giovani contro anziani e viceversa?

Io non condivido la tesi che ci sia un conflitto generazionale. Magari ci fosse, mi verrebbe da dire, perché si comincerebbe a discutere in modo sensato di interessi contrastanti. Il problema è che molti giovani riescono ad andare avanti perché hanno i genitori o i nonni che li aiutano. Il conflitto è composto nella famiglia. Mi sono sempre stupita, dai tempi della riforma Dini, della difficoltà con cui le giovani generazioni accettavano il discorso che fosse a loro favore.

Occorrerebbe una politica di visione e di pensiero. Occorre cercare oasi che rimandano all’attraversamento del deserto. La sabbia è tanta e l’esodo verso l’altrove incerto.

L’augurio per i prossimi anni a venire, è che questa proliferazione di resistenza sociale allo stato presente delle cose riesca a fare condensa. Che questi luoghi di resilienza che hanno incorporato un’altra visione, un altro modello di sviluppo e tracce di speranza di un altro mondo possibile, riescano a mettersi in mezzo per far crescere un intelletto collettivo sociale capace di essere rappresentanza che chiede reddito e senso contro le diseguaglianze. E per fare questo, occorre ripartire dagli esclusi.

La comunità al posto della community, il reale in luogo del virtuale, la cura contro il rischio di un’apocalisse culturale. Da qui bisogna ripartire per ricostruire e pacificare l’Italia, come ha detto il cardinale Bassetti”. C’è un terzo verbo usato, sempre più spesso: è il verbo ricucire.

Mi ha ricordato un’altra espressione, quella sull’arte del rammendo, utilizzata da un laico come Renzo Piano, riferita alle nostre periferie. Ricucire, rammendare significa mettersi a lavorare a partire da quell’operosità inclusiva che c’è già, perché è davanti ai nostri occhi. Vuol dire rimettersi in mezzo alle dinamiche sociali, per ricreare una coscienza collettiva.

 

In concreto, da dove ricominciare?

È necessario tornare a guardare ‘dal basso e ‘in basso i protagonisti dell’oggi: i poveri, gli ultimi, gli esclusi. In secondo luogo, serve una rivoluzione dello sguardo e del linguaggio. Dovrà essere sempre più il linguaggio della comunità, non il linguaggio delle élite, il linguaggio della cura, non quello dell’odio.

 

È accaduto quello che Ernesto De Martino, nelle sue ‘Apocalissi culturali’ raccontava come ciò che ci prende quando non riconosciamo più improvvisamente quello in cui ci siamo sempre riconosciuti: dapprima tutto questo genera spaesamento, poi indifferenza, quindi rabbia. Nel ventesimo secolo, con la società verticale ci si teneva per mano e poi o si prendeva l’ascensore sociale o si viveva la dimensione anche aspra del conflitto e della lotta di classe. Paradossalmente, in questo modo si produceva inclusione tra classi sociali diverse, a partire dalla borghesia. Poi è arrivato lo sfarinamento, che ha coinciso con l’individualismo spinto e la secolarizzazione. Perché la crisi ha finito per dissolve- re tutto: valori, legami, interessi. Il rancore territoriale è diventato rancore sociale sempre più diffuso ai tempi della recessione. E sotto la pelle dello Stato si è allentato anche quel sistema di welfare che aveva tenuto tutto assieme. Anche la voglia di fare comunità è mutata. In che modo? Sono nate le comunità enclave, le comunità ‘contro’. Hanno esercitato fascino verso chi era in difficoltà, verso chi ha vissuto concretamente l’esperienza dell’incertezza sul futuro. Ciò che chiamiamo populismo in parte è alimentato proprio da questo. Per fortuna esiste anche altro: la comunità di cura e la comunità operosa. La comunità di cura non è solo il mondo del volontariato, peraltro decisivo per rammendare e riunire ciò che si è lacerato. È comunità di cura anche una buona scuola, un buon insegnante, un buon medico, un bravo psichiatra. Poi ci sono i luoghi fondamentali della cura, tutto quello che si mette in mezzo alla paura e all’incertezza: le Caritas, gli oratori, tutto il tessuto ecclesiale sono un patrimonio prezioso. E la comunità operosa?

Non vanno dimenticate le tradizionali rappresentanze degli interessi del Novecento, che mai come adesso dovrebbero occuparsi della crisi di senso: i sindacati, le associazioni d’impresa. È ancora possibile contrastare lo Spirito del tempo, quella diffusa e consolidata opinione che vedrebbe il cittadino italiano ormai fermamente radicato nell’attenzione al suo “particolare” interesse, e di conseguenza disinteressato di ogni cosa che – essendo pubblica – viene definita (in automatico) di tutti e di nessuno? Sì, non solo è possibile, ma anche necessario. Vitale, si potrebbe dire. Perché nella logica – appunto – del personale ed esclusivo interesse, a soccombere è sempre e soltanto chi non ha forza, voce, amicizie, sostegno, cultura, idee, capacità di azione o di reazione. E, per quel che ci riguarda come operatori della comunicazione, soccombe chi non ha la parola, o sufficienti e opportune parole da impiegare a difesa dei propri diritti. Don Milani docet.