Se il papa condanna la deterrenza atomica

Di |2020-01-05T16:45:49+01:005 Gennaio 2020|editoriali|

Il 1° gennaio la chiesa ha celebrato la giornata mondiale della pace, con un messaggio del papa. Quello di quest’anno si fa notare: perché non riprende una frase detta dallo stesso pontefice ad Hiroshima sulla “immoralità” del possesso di armi atomiche.

Una frase talmente epocale che non si può non chiedersi perché non sia stata ripresa. E per scoprirlo bisogna fare un lungo percorso, che inizia nel 1962-1963, all’indomani della crisi di Cuba, quando il mondo era arrivato a due ore dalla guerra atomica fra USAe Urss. Papa Giovanni, che aveva contribuito da gran diplomatico alla soluzione di quella crisi, era stato convinto da quella esperienza a firmare la sua ultima enciclica, la Pacem in terris e in essa aveva scritto che nell’era atomica pensare ci potessero essere “guerre giuste”, come quelle che la chiesa aveva benedetto per secoli, era una pazzia (“alienum a ratione”).

Con quella tesi si dovette misurare il Vaticano II nell’autunno del 1965, quando si discusse l’ultima versione di quella che sarebbe diventata la costituzione Gaudium et Spes. Il testo – redatto fra gli altri da un tale mons. Wojtyla – aveva affrontato temi laceranti e fra questi quello come della bomba atomica.

Sotto gli occhi del mondo (il riserbo che vige nei sinodi non era ancora stato inventato) il concilio doveva decidere se dare spessore conciliare alla dottrina di Pacem in terris o se far sua la tesi di quei vescovi — americani innanzi tutto — che ritenevano che una condanna avrebbe legato le mani all’occidente e avvantaggiato l’Urss.

Il card. Lercaro, uno dei quattro moderatori, preparò un intervento, minutato da Dossetti, che avrebbe dovuto leggere in aula: chiedeva di anticipare il giudizio di Dio sulle armi atomiche – uso e possesso – e di condannare la pretesa diabolica di quelli ordigni che pretendono che colui che verrà a giudicare i vivi e i morti non sia vivo nella storia.

Lercaro quel suo intervento in aula non lo pronunciò mai. Perché Paolo VI qualche giorno prima tenne un memorabile discorso all’Onu in cui lanciò un accorato appello alla pace (“mai più la guerra! mai più la guerra!): ma soggiunse che la guerra era frutto del peccato, e che dunque, nella vicenda storica intrisa di peccato, era fatale che la guerra costituisse un rischio da prevenire armandosi. Anche con testate nucleari.

Questa posizione montiniana che tacitava la profezia del magistero roncalliano, si risolse nella troppo condanna conciliare della “guerra totale”, nella quale certo rientrava quella atomica. Ma non si andò oltre.

Andò oltre Lercaro, che fu rimosso dalla sua sede tre anni più tardi, dopo aver condannato nell’omelia del 1 gennaio 1968 i bombardamenti a tappeto sul Vietnam e aver detto che “la via della chiesa non è la neutralità, ma la profezia”.

Andò avanti e indietro, il magistero papale successivo: oscillando fra condanne coraggiose (come quella delle guerre dei Bush in Iraq, ai tempi del card. Sodano) e la teoria della ingerenza umanitaria, applicata solo in teatri strategici per l’occidente.

Francesco è entrato in questa storia un passo dopo l’altro: bandendo il digiuno globale del settembre 2013 che fermò l’attacco di Obama alla Siria; denunciando con costanza il mercato delle armi; ponendosi accanto alle vittime dei teatri di guerra dimenticati; poi facendo sue quelle parole di Lercaro sulla profezia come via della chiesa. Infine ad Hiroshima ha chiuso il cerchio aperto da mezzo secolo e ha detto che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche”.

Già: “immorale”. Nel 2017 il papa aveva condannato in un simposio vaticano sul disarmo “la minaccia dell’uso” delle armi atomiche “nonché il loro stesso possesso”.

Ma definire “immorali” gli arsenali termonucleari, ha una portata e implicazioni talmente vaste che nessuno ci si è voluto misurare: né le cancellerie, né i media, né il gossip chiesaiolo.

E nemmeno il messaggio papale del 1° gennaio. Resipiscenza? censura? autocensura? dilazione in attesa dell’incontro col corpo diplomatico di metà gennaio? Forse: semplicemente la consapevolezza che le questioni aperte a Hiroshima sono ineludibili in se stesse.

Cosa significa, un passo dalle elezioni americane, che il papato tolga legittimazione “morale” (quella che aveva sempre riconosciuto agli Usa nella guerra fredda, per intenderci) all’arsenale atomico di un paese con 70 milioni di cattolici? Nel grande sforzo di comunione con la chiesa russa, in rottura con il resto della ortodossia, il papato propone di inserire fra le minacce alla moralità, tanto care alla propaganda politico-religiosa del Cremlino, anche quelle delle testate nucleari? E ai sapienti dell’islam a cui si è proposto un elogio della fraternità umana commovente nella prima parte, ma nella sua seconda parte pieno di luoghi comuni contro la modernità, chiederà di riflettere insieme teologicamente sulla minaccia atomica?

Mentre i conflitti convenzionali che coinvolgono potenze nucleari sono numerosi (India e Pakistan, Russia e Ucraina, e poi chissà cosa sarà fra iraniani e sauditi) Francesco non offre ricette etiche, ma una voce profetica in cerca di un ascolto di spessore.

Alberto Melloni