Cosa ci insegna il Cantico dei Cantici dopo Sanremo (e nonostante Benigni)

Di |2020-02-16T21:59:26+01:0016 Febbraio 2020|editoriali|

Il monologo sanremese di Roberto Benigni sul Cantico dei Cantici ha suscitato reazioni controverse. Se “Avvenire” – attraverso un articolo di Rosanna Virgili -, diversi attori di formazione laica (si leggano i Tweet di Anna Foglietta ed Alessandro Gassman), poeti come Davide Rondoni, chierici cattolici ed autorevoli teologhe – quali Lidia Maggi – hanno espresso il loro plauso per la lettura che l’attore toscano ha fatto del poema attribuito a Salomone, non poche voci si sono levate a criticare pesantemente l’interpretazione del testo proposta dal vincitore del Premio Oscar durante il Festival della Canzone italiana.  In particolare colpiscono le parole di Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia, il quale – su “Tempi” – ha parlato di “uso aggressivo e strumentale del testo biblico contro il testo biblico (…) come se il Cantico fosse la parte bella e buona della Bibbia, in mezzo a tanti racconti brutti e malvagi”, cui si aggiungono – sempre su “Tempi” – le considerazioni di don Ignazio La China, secondo il quale l’operazione di Benigni “è subdola (…) perché ha voluto insinuare che la Chiesa è la solita oscurantista di sempre, che nega la bellezza dell’amore sponsale”.

 

Accanto agli “osanna” e ai “crucifige” si  è percepito – se Twitter può essere considerato un attendibile strumento di misurazione del gradimento di uno spettacolo televisivo – un certo spaesamento del pubblico del Festival: Benigni leggeva e interpretava (a modo suo) un testo probabilmente sconosciuto ai più, di cui è stato difficile comprendere la storia della redazione (il richiamo ad una versione originaria extrabiblica è parso assolutamente estemporaneo e non ha chiarito i rapporti tra i due testi del Cantico), secondo un canone interpretativo che ha totalmente omesso di dar conto dell’elemento allegorico, delle similitudini  e delle metafore del testo, il cui disvelamento avrebbe meglio orientato lo spettatore.

 

In effetti, la principale  perplessità suscitata – almeno in chi scrive – dal monologo di Benigni è l’appiattimento sull’interpretazione naturalistica: interpretazione accreditata nel dibattito teologico, ma assai discussa, dal momento che essa non riesce a dar conto compiutamente dei motivi per cui un libretto di contenuto erotico (non  dissimile dai canti amorosi nuziali coevi) avrebbe dovuto essere accolto nel canone della Sacra Scrittura. La centralità dell’amore carnale di tipo universalistico come motore delle relazioni tra gli esseri umani non può, peraltro, che essere un’”invenzione” contemporanea, atteso che il Cantico è contestualizzato entro una relazione eterosessuale di tipo sponsale; e non pare possibile – per motivi culturali, storici e teologici –  aprirne analogicamente il contenuto ad altre forme di rapporto fisico ed erotico.

 

Più in generale, il monologo di Benigni ha dato l’impressione che, tra le possibili letture del Cantico, una sola dovesse essere ritenuta (politicamente?) corretta e divulgabile: si è trattato di un’operazione che – a prescindere dai motivi che la hanno ispirata – ha disvelato un certo dogmatismo , o meglio un evidente autoritarismo ermeneutico.

 

Si dirà: ma questo era inevitabile in uno spettacolo, che giocoforza è cosa diversa rispetto ad una lezione universitaria!

 

Questa osservazione appare però fragile. Se – ed è ovvio – un artista ha il pieno diritto di dare ad una performance una certa chiave di lettura, è altrettanto vero che la collocazione del monologo (in prima serata su una rete televisiva pubblica, durante un evento seguito da milioni di spettatori) avrebbe probabilmente richiesto più cautela da parte di Roberto Benigni, il quale avrebbe senza difficoltà potuto dar conto del fatto che esistono differenti approcci ermeneutici a quello che per due tra le più diffuse religioni monoteistici deve essere considerato un testo sacro.

Ecco quel che non va dimenticato: con il suo monologo, Benigni si è cimentato nella lettura artistica non di una semplice opera letteraria, ma di un libro (che si ritiene) ispirato dalla divinità, ovvero di un testo che si pone come un ponte diretto a costruire una mediazione tra la dimensione mondana e quella ultramondana. Qualunque approccio con il sacro, soprattutto se tentato con modalità laiche entro un contesto profano e largamente seguito (quale è quello del Festival di Sanremo) pare richiedere delicatezza e pluralità di visioni e linguaggi, se non si vuole correre il rischio di urtare le diverse sensibilità chiamate in causa dal testo. A meno che, beninteso, il ruolo dell’attore non sia quello di de-sacralizzare il sacro, di scaricarlo della sua potenza misterica per calarlo nella dimensione del profano: ruolo magistralmente interpretato da Dario Fo e dalla sua interpretazione del Mistero Buffo.

Se invece – come nel caso di Benigni – il compito che l’artista si arroga non è quello di de-sacralizzare ma quello di divulgare la conoscenza del sacro, il rapporto con la profanità del mondo deve essere più attento. E si tratta, beninteso di un’attenzione che deve calarsi dentro una realtà purtroppo chiara ed incontrovertibile: il pubblico che riceve la divulgazione è – per lo più – afflitto da una grave forma di analfabetismo religioso.

Questo analfabetismo, su cui molto ha lavorato Alberto Melloni, rischia di innestare – davanti ad una divulgazione parziale, sotto più di un punto di vista – dei cortocircuiti difficili da evitare. La non-conoscenza della Bibbia, del suo contesto storico e culturale e del dipanarsi del suo messaggio attraverso la tradizione, può portare davvero a credere che il Cantico si ponga come eccezione di fronte ad una dominanza di messaggi di tipo maschilista, patriarcale, guerresco. In altre parole, può davvero portare lo spettatore inconsapevole a credere che il Cantico sia parte di una “Bibbia buona”, cui si contrappone una “Bibbia cattiva: come scrive Robiati Bendaud, mettendo “parti della scrittura contro altre parti della scrittura”.

Per evitare questi cortocircuiti, oltre alla strada della cautela, si può proporre di diffondere una maggiore conoscenza e consapevolezza del testo sacro fuori (e a prescindere) dai grandi happening televisivi. Il Cantico, in altre parole, e più in generale ogni testo sacro, dovrebbe trovare una sua conoscenza specifica oltre Sanremo e a prescindere da Benigni: in una società pluriconfessionale, che impone di trattare con eguale considerazione e rispetto le diverse visioni del sacro, appare sempre più utile ed importante affiancare alla divulgazione del testo religioso lo studio critico del testo religioso, da svolgere in contesti educativi che siano pubblici e svincolati dalle appartenenze. Altrimenti, continueremo a parlare di cose che non conosciamo appieno, ed il rischio dei cortocircuiti – dentro e fuori i festival della canzone italiana – sarà sempre più pressante.