Papa solus

Di |2020-03-28T19:37:23+01:0028 Marzo 2020|editoriali|

“Papa solus”: era questa formula che dal secolo XI costituiva il nodo della ecclesiologia romana. Il papa da solo poteva tutto, doveva potere tutto: “interpretare e aggiungere al vangelo” se necessario. E una parte della grande intelligenza politico-giuridica del medioevo aveva elaborato attorno a lui, al papa, teorie del potere che avrebbero fondato l’idea dello Stato moderno e molte concezioni ecclesiologiche e politiche, fino alle dottrine sul primato e sulla infallibilità del romano pontefice del 1870. Alcuni avevano sentito fino in fondo che quelle formule, consolidate nella tradizione del cristianesimo latino, avrebbero dovuto prima o poi cedere il passo alla irruzione del vangelo nel tempo: essere giudicate e trasformate – perché il vangelo questo fa: giudica e trasforma. E a questo appuntamento col vangelo nel tempo è arrivato ieri alle 18 il “papa solus”. Solo di una solitudine tutta diversa da quella che aveva conosciuto in precedenza: una solitudine penitente, fermatasi sulle soglie della basilica, in una piazza piovosa che ha riempito di gocce l’icona di Maria, “salus populi romani” con una eloquenza che nemmeno Paolo Sorrentino aveva osato immaginare.

 

Il “papa solus” che, claudicante nel vuoto della piazza adusa ad ogni trionfalismo, fa leggere l’episodio della tempesta sedata e e di un gruppo di persone che stanno tutte sulla stessa barca nel testo di Marco 4: quella in cui Gesù non stigmatizza i discepoli come “uomini di poca fede” (come in Matteo 8 e Luca 8), ma li interpella ponendo loro una domanda: “dov’è la vostra fede?”. Il “papa solus” elencato le facilonerie idolatriche che altro non sono se non i tic del capitalismo (guadagno, egoismo, indifferenza per il poveo il pianeta malato), dopo aver ripetuto ai discepoli, cioè alla chiesa, “dov’è la vostra fede?”. Perché una fede ce l’hanno tutti: pongono in qualcuno o qualcosa fiducia; si regolano per amore di qualcosa o di qualcuno. E dunque la domanda di Gesù ai discepoli riguarda la collocazione della loro.

 

E la chiesa a questa domanda ha risposto con sempre più lucida sincerità dal Concilio in qua.

Dapprima con le parole e i gesti del Vaticano II e la loro ricezione, 35 anni dopo, nel mea culpa del 2000: quando in modo solenne il papato e la chiesa di Roma chiesero perdono per aver posto fede nella violenza religiosa (“pur credendosi al servizio della verità” diceva una contorta formula), nel  disprezzo dell’altro; e in certo modo in quella filosofia del potere che credeva che il “papa solus” potesse e dovesse essere il paradigma indiscusso, così che nessun potere potesse mai più essere messo in discussione.

Quel percorso, contestato da chi come il card. Biffi si sentì in dovere di difendere con un libro “la sposa chiacchierata”, è continuato nei vari passaggi che segnano, da sette anni, la fecondità degli spunti di rinnovamento conciliare e di cui Francesco in molte circostanze è stato un interprete luminoso. Talmente luminoso da aver consentito a tanti – preti e vescovi inclusi – di mettersi comodi in poltrona a guardare come vive chi porta “il giogo soave” del vangelo: incrementando così una anemia spirituale che si era già manifestata. Nelle scarse reazioni al tentativo salviniano di prendersi i simboli della devozione per profumare d’incenso il razzismo e il discorso d’odio. Nella difficoltà di ridare fiducia ad un pensiero critico capace di fornire alla democrazia in affanno classi dirigenti dalle competenze solide e dalla coscienza formata. E poi nel balbettio davanti ad una tragedia che perfino la chiesa, che dovrebbe confessare l’unità della famiglia umana, ha ignorato quando piegava la Cina e che ha visto solo quando è arrivata sotto casa: e a tanti vescovi non è venuto in mente niente.

Pochi hanno saputo chiamare con autenticità credibile alla preghiera comune: i più si sono accontentati di trasformare il soliloquio delle proprie liturgie, in un soliloquio via streaming, dimenticando perfino di dire i nomi di tutti coloro che, morti in solitudine e sepolti senza lutto, attendevano un gesto di pietà che è arrivato solo ieri: quando tutti i vescovi cono andati nei cimiteri a pregare per questi figli anziani e non, spariti di casa ansimanti e finiti sottoterra senza complimenti.

Il gesto di ieri del papa -. per quanto contornato da una prassi della indulgenza quanto mai usuale, che non combacia col bisogno di penitenza e l’annuncio del perdono — non è stato un modo per prendersi o riprendersi la scena in questo silenzio assordante e smarcarsi dalla faciloneria di chi sottovaluta quanto la differenza di classe oggi renda diversa la reclusione del ricco da quella del povero.  Ha fatto un gesto da vescovo, che ricalca quello di Borromeo nel 1575. Ha rivisitato la categoria del “papa solus” che può presentarsi non come paradigma del potere per il potere, ma icona di una esperienza che fa riscoprire alla chiesa il valore della supplica, della intercessione per tutti: fatta di silenziosa preghiera “in cubiculo tuo” e di campane che troppo poco e troppo brevemente chiamano un popolo disperso alla comunione.

 

Mons Camara, il vescovo dei poveri del nordest brasiliano, aveva immaginato che l’8 dicembre, la fine del concilio fosse segnata da un rito senza precedenti: il papa doveva apparire solo sulla piazza di san Pietro e chiedere perdono ai vescovi delle prepotenze della istituzione. Poi coi vescovi avrebbe chiesto perdono agli altri cristiani, agli ebrei, ai credenti, alle donne e ai non credenti in un crescendo in cui la sua solitudine iniziava una sorta di effetto domino della conversione. Ecco, ieri sera abbiamo visto l’inizio di quel rito che per il 1965 era troppo astratto da gestire. Abbiamo visto il vangelo nel tempo, come diceva Chenu, riformare il papati. Il vangelo ai tempi del coronavirus.

 

Alberto Melloni